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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2003-5-10

10/5/2003

Futurizzazione delle garanzie

Questa rubrica ha promesso al ministro dell’istruzione Moratti una nota futurizzante relativa al requisito di connessione tra riforma educativa, del welfare e politica di bilancio. Per tale motivo indirizzata per conoscenza ai ministri Maroni e Tremonti. Il punto: più si investe sulla dotazione cognitiva di un individuo e meno questi avrà bisogno nel futuro di tutele assistenziali dirette ed indirette. Tale relazione può essere precisata: se investo tot per aumentare la qualità del capitale umano otterrò dopo un certo tempo un incremento della produttività, dello spazio di crescita non inflazionistica e dell’occupazione. Per effetto del potenziamento delle competenze individuali ottenuto con formazione di base e continua a standard più elevato di quello attuale. Tale incremento sarà maggiore o minore in base alla forma del mercato: se liberalizzato, più che proporzionale; se meno, subproporzionale. Se investo cento in educazione avrò trecento dopo dieci anni, se spendo cento in tutele passive perderò duecento. Per tale motivo si ritiene di poter e dover sostituire le antiche garanzie redistributive – chiamate "passive" perché finanziano la sopravvivenza dei deboli, ma non creano nuovo valore, anzi lo distruggono – con quelle di "investimento cognitivo", definite "attive" per le considerazioni appena fatte. Tale è la relazione tra politica educativa, modello di welfare e forma del mercato. Ma non viene messa alla base della dottrina riformatrice né, perfino, coltivata come oggetto di ricerca da approfondire. In parte perché prevale l’idea passatista (di sinistra) che le garanzie debbano essere costi più che investimenti. In parte maggiore per un vincolo di bilancio: l’investimento educativo di massa, nella scala richiesta per ottenere l’effetto crescita, è in conflitto con il finanziamento delle garanzie passive ed altra spesa corrente non modificabile a breve. Soluzioni? Poiché è precisabile il vantaggio economico futuro che viene da un investimento educativo massiccio allora si potrebbe generare un "Fondo per il capitale umano" che prenda i denari in deficit, ma senza contabilizzarlo come tale. In base ad un nuovo principio, da dettagliare, di "cartolarizzazione diacronica" che pareggia, annullandolo, il debito di oggi con gli introiti fiscali futuri aggiuntivi (10-15 anni) attribuiti alla crescita spinta dall’investimento educativo. Dove lo Stato agirebbe come banca di investimento sociale di lungo periodo: potere cognitivo di massa al posto, gradualmente, dell’articolo 18, combinando il finanziamento del futuro con quello del passato e non soffocando il primo a causa della priorità del secondo.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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