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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2003-2-1

1/2/2003

La bonifica dell’Iraq rilancerà l’ottimismo economico, il rinvio no

Alcuni think tank d’avanguardia stanno scommettendo su un prossimo ri-boom economico globale. Nessuno osa dirlo apertamente perché negli scenari istituzionali prevale ancora l’incertezza. Soprattutto, causa i venti di guerra, non è considerato di moda essere ottimisti di questi giorni. E lo si è visto, per esempio, nel summit globaliano di Davos: molto trendy (riconferma della paura), ma non trend setter, cioè il segnale che il capitalismo può tornare ottimista. Come mai gli spiriti animali sono così abbacchiati? I pensatoi detti sopra ritengono che tale sentimento sia una temporanea ed esagerata reazione al disincanto dovuto allo sgonfiamento della bolla, complicato dal senso di vulnerabilità suscitato dal crollo delle torri, che a molti fa vedere nerissime cose in realtà solo grigie. Gli scenari tecnici registrano correttamente l’aumento della probabilità di una depressione globale, ma proprio perché rilevano le conseguenze contingenti del pessimismo, non ancora irreparabili guai strutturali. Che potrebbero certamente arrivare se la paura durasse ancora un anno o due. Ma succederà? Pare di no. La ripresa dell’ottimismo è tipicamente data dalla visione di una prospettiva migliore. Ma anche dal fatto che le menti ad un certo punto si stufano di vedere nero. Ed è esattamente il secondo fenomeno che si manifesta in analisi qualitative condotte in questi giorni: comincia ad autoesaurirsi il ciclo della paura. Inoltre c’è un adattamento al disincanto in quanto i più sono riusciti a sopravvivere senza danni letali allo sgonfiamento. Si riaffaccia perfino una criticabile, ma sana, voglia di bolla. Ma c’è una barriera tra questo iniziale mutamento d’umore di massa e la ripresa dell’ottimismo "aperto" (essenziale per i comportamenti imitativi che fanno ondata): un segnale che si possa avere nuovamente fiducia. Quale il più efficace? Proprio la bonifica veloce dell’Iraq potrebbe sortire un tale effetto, il rinvio quello contrario. Perché l’esposizione sui media la ha resa il simbolo sintetico della solidità o meno del pilastro dell’ordine mondiale. Se questo scenario risultasse realistico, allora: (a) il costo della guerra andrebbe valutato in base all’effetto fiducia e renderebbe vantaggioso anche un elevato investimento diretto ed indiretto; (b) poiché gli Usa sono determinatissimi ad agire potrebbe scoppiare un improvviso ottimismo all’avvio delle operazioni ora non previsto dagli scenari di "maggioranza"; (c) visto che le meglio informate élite del mercato vi stanno già scommettendo sopra, per istinto democratico questa rubrica invita il grande pubblico a stare pronto in caso l’opportunità si realizzi.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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