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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2003-12-9

9/12/2003

Muro di pace

Nonostante le dichiarazioni ufficiali, il recinto di separazione tra Israele e territori ex-giordani occupati è un confine definitivo. Che ha anche una funzione di sicurezza contro le infiltrazioni terroristiche, ma ovviamente non è questo il suo scopo principale. Lo sono, invece, due altre opzioni: (a) in caso di negoziato Israele avrà già disegnato i propri confini e, oltre a non farseli imporre da altri, potrà trattare in modo più rilassato quello che ne sta al di fuori; (b) senza negoziato, o questo non credibile, potrà giocare la carta del ritiro unilaterale dai territori occupati e lasciare che i palestinesi oltre il muro, e quindi totalmente separati da Israele, si arrangino. Il secondo scenario – in base ad analisi non controllate con i think tank di Tel Aviv, molto silenziosi, ma con grandi sorrisi, su questo punto -  serve a fare pressione per ottenere il primo. Il ritiro unilaterale, infatti, implicherebbe il trasferimento netto della questione palestinese dal libro dei costi e degli incubi israeliano a quello della comunità araba, Egitto e Giordania in particolare, nonché degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Cosa succederebbe, infatti, ai palestinesi (Cisgiordania e Gaza) se lasciati improvvisamente a se stessi e senza presidio? Amman ed Il Cairo avrebbero qualche problema ad accettare uno Stato palestinese bisognoso di tutto ed intrinsecamente instabile. E molti più guai se scoppiasse nell’area palestinese una guerra civile. Americani ed europei sarebbero forzati a creare un protettorato, sotto cosmesi Onu, esponendosi direttamente al disordine di quel territorio. In sintesi, la più potente mossa che Israele può attuare è la minaccia di trasferire la questione palestinese al resto del mondo. Come mai non lo fa subito? Appunto, perché gli altri lo temono, ma soprattutto perché non si può lasciare agli jihadisti un territorio disordinato dove potrebbero, vincendo la guerra civile, creare un proprio capisaldo pericoloso per Israele stessa. Quindi il ritiro unilaterale va visto come una leva segreta per costringere i Paesi arabi dei dintorni e gli americani a far emergere una leadership palestinese di migliore qualità, capace di controllare il proprio sistema e di essere interlocutore credibile. Il punto: o gli altri si impegnano sul serio a bonificare la palude palestinese o Israele gliela scarica. C’è ammirazione nei think tank occidentalisti per il concetto di “muro portatore di pace” se veramente così elaborato dai sorridenti colleghi israeliani. Anche per un’innovazione strategica: i muri possono essere strumenti offensivi e non solo difensivi. Rimarchevole.    

(c) 2003 Carlo Pelanda
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