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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2002-6-22

22/6/2002

Morta la bolla, viva la bolla

Nel febbraio del 2000 un gruppo di scenaristi, allegri perché usciti con perfetto tempismo e stratosferico profitto dalle Borse, aveva lanciato la seguente previsione: le stranezze – “fesserie” fu in realtà detto - che si scriveranno a seguito dello sgonfiaggio della New Economy saranno peggiori di quelle dette (e fatte) da chi la ha gonfiata. Bella gara. Quanto accaduto tra il 1996 e 2000 è stato sconcertante: una bolla soffiata per metà da geniali imbroglioni e per l’altro mezzo da creduloni, qualsiasi regolazione sommersa dal lirismo tech. Ma lo è di più quello che si legge nelle cronache del dopo-bolla. La tesi più infondata è che la nuova economia sia finita. Se la si intende come informatizzazione e connettività delle imprese i numeri mostrano un crescendo, a livello globale. Se la si pensa come fine dei cicli va detto, pur confutata l’ipotesi estrema, che le fasi recessive tendono ad accorciarsi o ad  attutirsi e i periodi di espansione ad allungarsi grazie alla montante efficienza tecnologica. Che in ogni caso mantiene la sua promessa di rendere stellare la produttività. Chi enfatizza la morte di migliaia di aziende Internet come prova della fine del New non si è accorto che tutto l’Old è in fase di “newizzazione”. E che da lì sta già ripartendo sotto le ceneri una nuova megaespansione (ri)trainata dal tech.  Certamente lo sgonfiamento finanziario avrà conseguenze depressive per un po’ sui nuovi investimenti. Ma il mercato ha ormai percepito cosa la tecnologia possa fare e non si lascerà impressionare da un incidente di percorso. Quindi è probabile che i funeralisti della nuova economia, e tra loro chi invoca un futuro più prudente nonché una finanza più morale, rischi di cadere in una fesseria più grande di quella fatta e detta dai bollisti. Per esempio, il Manifesto del 26 maggio scorso ha titolato: “i cablatori folli soffocati dai loro cavi”. In effetti, se visto puntuativamente, è stato un disastro: cifre enormi andate in fumo in infrastrutture elettroniche ed eccessi di capacità rimasti ora cattedrali nel deserto. Ma sfugge a chi demonizza tale irrazionalità la logica del capitalismo. Se fosse moderato, morale e privo di ottenebrante avidità, allora non ci sarebbe mai l’investimento. Per questo è inevitabile che lo spreco caratterizzi ogni crescita. Ma – qui il punto verificabile nei dati storici – il costo del primo tende ad essere di molto inferiore ai guadagni complessivi finali della seconda. I moralisti dovrebbero capire meglio la natura dissipativa della costruzione capitalistica della ricchezza. Ciò chiude le cronache del dopo-bolla e apre quelle della prossima.            

(c) 2002 Carlo Pelanda
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