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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2002-4-27

27/4/2002

Eccessi bioetici e storture nel mercato della salute compromettono il futuro accesso egualitario alla nuova medicina

Neomedicina. Basata sulla genetica avrà un potenziale di salvazione superiore a quella corrente. La seconda tende a produrre rimedi senza conoscere del tutto o poter intervenire sulle biocause dei mali. La prima opererà modificando le strutture profonde dell’organismo. Questo nuovo potere cognitivo sta per irrompere nella medicina, appunto, rivoluzionandola. I punti critici dello scenario sono tanti, ma ce ne è uno politico sopra tutti gli altri: l’accesso di massa alle nuove biorisorse. Se fosse selettivo, per capacità economica, il ricco diventerebbe bello, sano e longevo mentre il povero resterebbe condannato alle rughe ed al decadimento. Una tale biodifferenziazione sociale, complicata da quella estetica, spaccherebbe le comunità proiettandole verso conflitti difficilmente componibili. E’ un caso teorico estremo, ma serve a definire il “benchmark” (valore di riferimento) sociale collegato alla rivoluzione medica: i prezzi delle nuove risorse di salvazione dovranno essere tali da permettere sia il loro acquisto privato da parte di un reddito della classe media sia una fornitura pubblica compatibile con la sostenibilità fiscale. In base a questo criterio possiamo tentare di prevedere quali politiche possano facilitare o compromettere il buon esito futuro. Il bioproibizionismo, ora prevalente, in America ed Europa (cellule staminali, vincoli alla sperimentazione) innescherebbe il caso peggiore. Le nuove tecnologie mediche verrebbero sviluppate in paesi emergenti meno regolati o in mercati clandestini (dove le avanguardie di ricerca stanno già iniziando a migrare). Per esempio, se in Cina o in una clinica nella giungla riattaccassero le spine dorsali rotte via genetica ricostruttiva non ottenibile altrove, i bisognosi andrebbero, comprensibilmente, lì e pagherebbero qualsiasi prezzo. Ovviamente solo i ricchi, i poveri in carrozzella. Lo stesso accadrebbe per terapie estetiche, anticancro, eugenetica riproduttiva, ecc. Cioè per tutte le promesse della nuova medicina. Qualora tale pericolo fosse evitato, il secondo caso peggiore riguarderebbe una forma del mercato che tiene troppo alti i prezzi delle biorisorse. Per ridurre anche questo rischio differenziante dovrà essere trovato un equilibrio tra diritti delle imprese al profitto, libera concorrenza che contrasta l’inflazione da monopolio e diritto alla nuova salute per gli individui. In base ai dati odierni – eccessi bioetici e storture nel mercato della salute – ambedue i livelli di rischio prospettico appaiono, tuttavia, molto elevati. Troppo.          

(c) 2002 Carlo Pelanda
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