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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2002-3-16

16/3/2002

Per vedersi il cervello ha bisogno della scienza, ma, per piacersi, anche dell’arte

Nel 1925, a Berlino, i poeti dipinsero e i pittori composero versi. Lo scambio di ruoli produsse una mostra considerata mediocre. Recentemente il Wellcome Trust ne ha organizzata una che mette insieme scienza ed arte (visiva) sul tema del cervello. Lewis Wolpert ha duramente criticato, sull’Observer, questo tentativo. Il suo argomento è che la scienza si occupa esclusivamente della verità mentre l’arte non può essere né vera né falsa. Tentare di fonderne le espressioni banalizza ambedue. In effetti il valore di una scansione magnetica cerebrale non sta nell’essere bella o brutta, ma vera. Inutile considerarlo anche sul piano estetico. Tuttavia questa rubrica, istintivamente favorevole allo sperimentalismo, percepisce come sgradevole uno scenario dove venga codificata l’irrilevanza estetica delle espressioni scientifiche. E quella scientifica delle espressioni artistiche. In matematica la ricerca della miglior formulazione di un teorema risente dell’estetica: più semplice implica più “bella” e più adottata. Non è questa una contaminazione artistica del logikon? Forse il rigorista Wolpert potrebbe sostenere che la tendenza alla semplificazione non è una caratteristica dell’arte, ma della natura, cioè un dominio della verità scientifica. Le citazioni a sostegno sarebbero mille, dal rasoio di Occam (monolama) al principio del minimo sforzo (Zopfk, 1949). Separare, separare, separare arte e scienza. E se ricordassimo il detto degli ingegneri aeronautici che quando un aereo è “bello” vola “meglio”? La tecnologia non è scienza, ma un suo livello minore inquinato dal costruttivismo e quindi vulnerabile all’arte, potrebbe essere la risposta secca (distinzione popperiana). E la rappresentazione naturalistica di quel bufalo per cacciarlo meglio o comunque dominarlo? Primitivismo, prova che si ricorre all’arte quando non c’è la scienza e che la prima è una cognizione inferiore alla seconda, perciò non sanamente interagenti. Questa rubrica pensa il contrario, ma ammette che il sostenerlo è difficoltoso. Spiazziamo l’eccesso di razionalismo cambiando il livello di visione dello scenario. Cosa vede un cervello che guarda se stesso? Poltiglia bianca insanguinata, che schifo. L’immagine termica dei flussi sanguigni, che delusione. Povero cervello, con gli occhiali veritieri, scientifici, si vedrebbe o brutto o troppo parziale. E probabilmente invocherebbe uno strumento non-veritista per rendere più significativa o completa la propria autosservazione. Qualcosa di simile all’arte, per questo inseparabile dalla scienza. Il desiderio del cervello di piacersi  farà continuare le mostre che ibridano le due.     

(c) 2002 Carlo Pelanda
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