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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2002-12-31

31/12/2002

L’apprendimento sociale delle nuove tecnologie è troppo lento e ci vorranno cibertutori per accelerarlo

Tecnoaccelerazione. Recenti indagini – d’ambiente universitario – mostrano che il tempo di apprendimento e di adozione di una nuova tecnologia è troppo lungo. Per esempio, Internet ci ha messo quasi cinque anni per conquistare l’irrisoria cifra di mezzo miliardo di utenti. La maggior parte di questi la usa in modo banale, al di sotto dei suoi potenziali. Così i computer. L’acquisizione da parte delle imprese di nuove tecnologie dell’informazione è, poi, ancor più lenta. Fatto 100 l’ottimo tecnologico (automazione totale, innovazione continua, ecc.) per un’azienda si nota che solo il 10% circa (in America) lo raggiunge. In Europa meno (a parte l’area nordica). Nelle ricerche dette si è cercato di depurare questo dato dai freni “sistemici” dovuti alla situazione economica delle famiglie, al livello di sviluppo dei Paesi, al ciclo di ammortamento delle aziende, eccetera. Dopo tale filtro è rimasta un’evidenza molto semplice, ma inquietante: la cultura media, anche nei paesi più avanzati, pare non essere sufficiente per rendere veloce e di massa la rivoluzione tecnologica. Il che complica la relazione tra finanza e tecnologia. La seconda, per ignoranza sociale, matura profitti in tempi più lunghi di quelli accettabili dalla prima. Per esempio, cinque anni contro tre. Inoltre, l’insufficiente cultura tecnologica media rende incerti gli investimenti più ambiziosi. Qui il punto più problematico dello scenario. Soluzioni? Le aziende tentano di semplificare al massimo i gizmo per il mercato di massa. Le imprese investono in formazione per rendere più capaci i cervelli degli operatori. Ma ciò non basta. Per accelerare la tecnodiffusione sarà necessario reimpostare da capo i sistemi educativi: rendere la tecnologia (matematica, fisica, filosofia dei sistemi, cibernetica, ingegneria) una materia primaria fin dalle elementari. Senza una rivoluzione cognitiva non ci sarà quella tecnologica. Ma non basterà ancora. Nell’attesa della nuova generazione “T”, e come supporto ad essa, bisognerà sviluppare tecnologie tutoriali: sistemi esperti che dialogano con un utente, come un angelo custode, allo scopo di guidarlo nell’apprendimento ed uso di nuove tecnologie. Nei think tank che questa rubrica frequenta il cuore logico e la fattibilità di tali tutori è stata già definita come requisito di progetto. Ma manca la configurazione portabile dell’oggetto: un’intelligenza artificiale con sensori ottici sulla spalla, un impianto microbiocibernetico nel cervello in contatto diretto con la mente, uno gnomo tutore genetizzato tipo l’elfo domestico nel film di Harry Potter? E’ aperto il concorso di idee, buon 2003 amici futurizzanti.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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