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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2002-1-5

5/1/2002

Tocca ai poeti portarci oltre la morte dell’universo

 Che il sole si spenga tra qualche miliardo di anni non ha mai fatto troppa impressione. Nel frattempo saremo andati su altri pianeti. Tale scenario era rassicurante perché implicava un universo dall’esistenza pressoché infinita, irrilevanti le morti termiche locali, e quindi la possibilità di un destino altrettanto senza termine. Inoltre c’era la speranza che la tendenza ineluttabile verso il disordine (gelo, entropia), definita dal Secondo principio della termodinamica, potesse essere aggirata. Non al punto da violarlo, ma in modi sufficienti per ottenere isole durature di “entropia negativa”, cioè di calore e vita autopoietica pur in un mare cosmico tendente sempre al più freddo (Schroedinger). Durante una passeggiata con Popper e Abdus Salam nel parco di Miramare (Trieste), io nel codazzo di giovanotti adoranti, il chiacchiericcio si ispirava all’ottimismo neghentropico. Ma sentii un brivido. Forse perché in quel parco Boltzmann, inventore del Secondo principio, meditò il suicidio. Forse perché quel castello di bianca pietra d’Istria ospitò la sfortuna di Massimiliano e Carlotta. Qualcosa non andava. Nel pomeriggio insegnai malamente epistemologia della statistica perché passando vicino all’ufficio che era stato di De Finetti (inventore, negli anni ’30, del probabilismo soggettivista) il presentimento gelido si consolidò. Vidi le  linee di probabilità spezzarsi in tanti pezzetti sempre più lontani tra loro: senza più destino. E ora la fisica lo da come nuovo ed agghiacciante cosmoscenario più probabile. Freeman Dyson ha trovato che l’universo si espande in accelerazione forte e non lenta, spinto da un’energia “buia” che distrugge tutto attraverso dispersione. Tra quattro o cinque miliardi di anni non si spegnerà solo il Sole, ma tutto l’universo. Siamo senza destino. Il termine così remoto non è senza conseguenze perché il pensiero presente si orienta in base all’idea di futuro. Nei circoli intellettuali si dibatte su tre ipotesi: arrendersi, carpe diem; fregarsene perché la fisica troverà comunque una possibilità neghentropica, tempus ridens; iniziare già da oggi una tecnocultura che ci porti alla capacità di costruire altri universi nel lontano futuro, tempus construens. Disperatamente, questa rubrica sceglie e raccomanda la terza. Come iniziarla? La ragione suggerisce di attivare una strategia scientifica mirata. Ma l’istinto di (meta)sopravvivenza sente che ci vuole di più per generare la macchina sociale di esosalvazione proiettiva, oltre la morte dell’universo: i poeti, cioè i custodi del linguaggio della metapoiesi. Che stimolino la fisica così: non possiamo lasciare solo Dio, senza più stelle.      

(c) 2002 Carlo Pelanda
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