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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2002-7-27

27/7/2002

Gli insediamenti umani sono vulnerabili ai mutamenti del ciclo planetario e sarà inevitabile artificializzare l’ambiente

Ecocibernetica. Il pianeta muta continuamente in base a dinamiche proprie. Nei picchi di glaciazione il livello dei mari può scendere di cento metri. In quelli caldi succede l’opposto. L’urbanizazzione della Terra è un fenomeno piuttosto recente e, per questo, basato sull’illusione che la situazione ecologica sia stabile. Poiché non lo è, appare evidente che l’antroposfera sia pericolosamente vulnerabile al ciclo naturale. Due alternative: (a) si rendono mobili gli insediamenti umani per adattarli al mutamento; (b) si organizzano in modo tale da restare immuni ai cambiamenti. La terza ipotesi, quella di controllare direttamente il ciclo planetario sarebbe la soluzione migliore. Ma le tecnologie necessarie appaiono remote. E andranno sperimentate sul campo, prima, terraformando Marte (un progetto Nasa prevede l’inizio di tale operazione nel 2080) oppure – soluzione preferita da questa rubrica – costruendo un pianetino artificiale semovente (nel cosmo). Quindi per due secoli bisognerà accontentarsi di cibersoluzioni meno radicali. La prima alternativa, nelle simulazioni, è impraticabile. Abbandonare, per esempio, una città perché l’area è desertificata costerebbe troppo. Più di quanto sarebbe necessario per portare artificialmente l’acqua via condotte o desalinizzatori. E’ facile dimostrare la razionalità di prendere progressivamente il controllo (significato di “cibernetica”) dell’ambiente, con urgenza crescente. Ma ci sono tre difficoltà: comunque i costi, il fatto che la prevenzione non crea consenso e questo si ottiene solo a fatti avvenuti, la strana illusione che il pianeta sia “fermo”. La prima è la meno preoccupante. Da un lato, bisognerà pagare un servizio di sicurezza territoriale aggiuntivo. Dall’altro, le tecnologie e lavori  necessari per le ecoartificializzazioni locali creeranno un giro di mercato che trasformerà in profitto il costo. La seconda resterà un problema. Per esempio, già da un decennio è noto e simulato il rischio di desertificazione del sud italiano, ma se ne parla come fosse una novità solo dopo l’evidenza della siccità prolungata. Probabilmente un’azione di educazione ecorazionalista di massa per risolvere il terzo problema attutirebbe il secondo. Finora è stata impedita dalla prevalenza di uno strano e misticheggiante ambientalismo dove la priorità era salvare una natura, deificata, dal distruttore umano (capitalista). Dottrina inconsistente perché il problema è inverso: salvare il secondo dai mutamenti estremi della prima. Cosa ottenibile solo con l’avvio dell’ecocibernazione, cioè di un’ingegnerizzazione del territorio che lo renda indipendente dalle vaghezze naturali.   

(c) 2002 Carlo Pelanda
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