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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2002-4-6

6/4/2002

Il mercato cerca di sfruttare più il passato, ma si scontra con l’archeoproibizionismo

Cronoeconomia. Riguarda l’estrazione di valore dal tempo. Il mercato lo fa in ambedue le direzioni, pur in modi asimmetrici. Trasforma la previsione di guadagno futuro in un valore attuale. Attribuisce al passato la capacità di rendere raro e irripetibile, e quindi prezioso, un oggetto. L’”effetto futuro” (il denaro crea il tempo) tende a richiamare più impieghi di capitale dell’altro in quanto appare suscettibile di costruzioni espansive. L’”effetto passato” (il tempo crea il denaro) è vincolato dagli stessi fattori che lo generano: la “rarificazione” lo rende un insieme chiuso, “minore”. Ma in questo periodo il primo sta trovando dei limiti. Per esempio, i valori borsistici correnti incorporano troppo profitto potenziale per rendere credibile che se ne possa aggiungere tanto altro da scontare. Quindi il mercato è alla ricerca di cronovalorizzazioni alternative, tipo gli immobili, e sta esplorando la possibilità di estrarre dal tempo minore un profitto maggiore. Anche perché l’incremento della ricchezza e dell’educazione a livello di massa favorisce una più ampia riconoscibilità dei valori storici, cioè la domanda sia di collezionismo sia di turismo culturale. Tre tendenze sono in atto: (a) la forzatura dei valori di beni antichi; (b) l’avvicinamento al presente del confine tra “vecchio” ed “antico” per aumentare le quantità di manufatti impreziosibili grazie all’”effetto passato”. Ma una terza promette quei guadagni che interessano il capitalismo d’avanguardia: (c) l’archeobusiness. Si ipotizza che solo il 5% dei segni concreti (insediamenti ed oggetti) degli ultimi diecimila anni di storia nel pianeta sia stato riportato alla luce. Tale enorme giacimento potenziale è certamente individuabile, estraibile e rielaborabile attraverso le nuove tecnologie. Ma lo scenario dei possibili investimenti è reso ancora opaco da due interrogativi. Esattamente quale passato stimola più turismo archeologico? Come si fa a sfruttare commercialmente un insieme crescente di manufatti, immobili antichi se la loro gestione è sottoposta a leggi restrittive e al monopolio dell’archeologia accademica? Che tra l’altro, come recentemente notato dall’Economist, si sta dando regole etiche sempre più strette.  La prima domanda troverà risposta nelle tecniche pubblicitarie e della costruzione dei parchi giochi. La seconda ha risposta negativa nei paesi archeoregolati dove il bene storico è considerato etico e non di capitale. Ciò fermerà il mercato? Ovviamente no, privilegerà i paesi meno regolati. Buffo notare che forse l’Occidente “archeoproibizionista” potrebbe avere nel futuro meno storia “esposta” dei paesi emergenti.    

(c) 2002 Carlo Pelanda
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