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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2001-2-17

17/2/2001

Borse, brutto segno se manca il ribassista

 Il mercato finanziario appare più rigido di quello che dovrebbe essere. Tale fenomeno sembra dipendere da una perdita di varietà nel tipo di operazioni, cioè da una minore “findiversità”. Per esempio, nelle Borse che trattano titoli a crescita rapida, per lo più quotati sul Nasdaq e sui “Nuovi mercati” europei, nel biennio 1999-2000 si sono viste ben poche iniziative ribassiste. E la loro (relativa) assenza ha favorito sia rialzi eccessivi durante il ciclo di crescita sia cadute esagerate durante la fase di correzione di tale segmento borsistico, dal marzo del 2000 ad oggi. Il ribassista è un compratore futuro (più azioni con la stessa cifra) e la sua iniziativa tende ad attutire, senza per altro poterla evitare, la discesa di un titolo perché ad un certo punto è costretto, appunto, a ricomprare. Ma è utile anche per moderare i picchi rialzisti irrazionali. Dove diavolo sono finiti i ribassisti? Poiché non è pensabile che siano spariti, la cause devono trovarsi nella forma del mercato. Una di queste è certamente che nei momenti di bolla la scommessa ribassista è troppo rischiosa. Ma, probabilmente, quella principale riguarda i limiti ai quali sono sottoposti molti titoli tecnologici. Tipicamente, solo in minima parte sono resi flottanti, il più trattenuto, per ragioni speculative. Inoltre, i manager di un’impresa in via di quotazione devono impegnarsi a non vendere i titoli  dell’azienda e a non prestarli per un certo periodo (contratto di lock up). In sintesi, il ribassista non trova sufficienti azioni a prestito da vendere “short”, allo scoperto. Se questo è vero, allora il mercato è pericolosamente irrigidito da tale perdita di varietà delle operazioni finanziarie possibili. E le autorità di controllo dovrebbero intervenire per ripristinarla. Un altro esempio: i ribassisti non si vedono granché nemmeno nelle Borse che ospitano molta Old Economy e dove i limiti detti sopra non esistono o sono minori. Ed è strano. L’indice Dow Jones resta attorno a quota 10mila nonostante il ciclo economico basso. Il consenso corrente è che l’economia americana rimbalzerà. Rinforzato dall’impegno di Greenspan a pilotare questo scenario con le dovute manovre sui tassi. Ma il Nume non ha detto nulla che indichi al mercato cosa succederà ai profitti delle imprese, dato sostanziale. In teoria, è una situazione perfetta per giocare al ribasso: sopravalutazione, incertezza a breve, ma bel tempo a medio. Vendo, ricompro più roba che poi mi varrà di più. Ma, in concreto, l’indice resta rigidissimo in alto. Evidentemente gli operatori non vogliono giocare questa partita. La motivazione dichiarata è che l’Amministrazione Bush favorirà la Old Economy. Probabile, ma puzza di scusa che nasconde mancanza di idee. In ogni caso il punto è che la sopravalutazione attuale certamente non lascia molti spazi per una sana crescita azionaria futura. Rigidità pericolosa. Cosa, per l’ecologia finanziaria, è più dannoso di un mercato troppo speculativo? Uno dove i ribassisti sono pochi.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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