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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2001-11-24

24/11/2001

Alla tecnica terroristica dell’ago bisogna rispondere con la tecnologia del nano

Nextech. Ogni guerra è un’occasione di apprendimento per gestire meglio la prossima. Attendiamo l’eventuale bonifica dell’Iraq per valutare se i macroconcetti saranno evoluti a sufficienza per combinare l’impiego della forza con i requisiti di stabilità dell’economia finanziaria globale, gap principale rilevato nel conflitto di dieci anni fa e ancora osservabile, pur migliorato, nell’operazione in Afghanistan. Il criterio gradualista di mobilitare prima una superiorità assoluta e solo dopo agire prende troppo tempo. Che andrebbe ridotto, per esempio, a due o tre giorni per chiudere il caso. Un tale standard richiederebbe una rivoluzione nei sistemi militari. Difficile non per mancanza di nuove tecnologie, ma per il fenomeno del “conservatorismo operativo” tipico delle forze armate: le spese per la futurizzazione tolgono risorse alla prontezza nel presente. Ci torneremo sopra. Ma è già possibile specificare una lezione ed uno scenario conseguente per il controllo del terrorismo. Dopo l’11 settembre le organizzazioni di intelligence statunitensi sono state accusate di essere troppo sbilanciate sul lato della tecnologia (elint) a sfavore dell’impiego, perché più sporco, di agenti umani (humint). Vero, semplificando. Tuttavia la soluzione non è solo quella di avere più e migliori 007 e di ridurre il ricorso alle tecnologie, ma di integrare meglio i due, soprattutto, investendo su nuovi gizmo che potenzino l’informazione qualitativa di un agente. Ieri e oggi, se questi intercetta un potenziale terrorista, ne fa una foto e la spedisce ad un archivio dalla gestione burocratica incerta (come è successo). Così l’utilità dell’informazione humint non viene massimizzata. Lo sarebbe se l’agente, fortunato o infiltrato, potesse marcare il sospetto per renderlo tracciabile via satellite, dovunque. E se riuscisse ad inserire nel suo corpo dei nanomicrofoni tali da permettere l’ascolto remoto dei  colloqui. Se diventasse pericoloso, poi, uno sciame di insetti robotizzati – “roboflies” li ha battezzati il Financial Times -  potrebbe iniettargli o un veleno istantaneo oppure un ipnotico per condizionarlo ad uccidere i compari o il capo. Queste tecnologie (nanotech, Mems, ecc.) esistono già a diversi livelli di sviluppo. Ci sono ancora problemi tecnici, quali l’energia per un robofly o la lubrificazione di un nanomotore per muovere un robot talmente piccolo da percorrere le vene. Ma appaiono superabili se si investe di più per la loro evoluzione. Che è probabile, alla luce della seguente evidenza. Il terrorismo si avvale di mezzi “piccoli” per aggirare la forza imbattibile del grande. Per sconfiggere il primo basta usarne di più piccoli.        

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