www.carlopelanda.com - disegnate per incanalare la rivoluzione tecnologica entro argini che non la facciano né straripare né inaridire, dotandola di consenso. Poi ci sono problemi intrinseci: l’industria basata sulla ricerca innovativa, tipicamente, deve mettere in conto alti costi di investimento senza sicurezza del risultato. I soggetti finanziari che raccolgono il capitale dai risparmiatori e che, comunque, vogliono posizionarsi nel biosettore hanno, correttamente sul piano deontologico, trasformato questa incertezza in lista di avvertimenti che spiega al cliente quanto l’investimento sia a rischio. Al punto - buffo - da rendere  i loro prospetti dissuasivi e non attrattivi. Ovvio che ben poco capitale “ordinario” tenti avventure nel settore. Infatti tale incertezza è trattabile solo da soggetti più forti, i gruppi di “venture capital”, che, avendo un alta propensione al rischio, possono meglio maneggiare oggetti “metafinaziari”, cioè a rischio non computabile secondo i metodi ed i tempi standard. E questi stanno pompando una buona massa di denaro nel settore. Che permetterà, oltre agli autoinvestimenti delle imprese interessate, di realizzare quello che biopromette. Ma cosa vedono costoro? Che in realtà lo scenario è più favorevole di quanto appaia. I problemi di consenso verranno risolti quando (5 anni) usciranno le prime supermedicine capaci di sconfiggere il cancro e (6-10 anni) i prodotti bioestetici che renderanno ragazzina una novantenne. Si tratta solo di evitare, nel frattempo, un conflitto troppo aspro tra tecnica e morale, lasciando il tempo alla seconda di adeguarsi alla prima. Poi sarà biorivoluzione sul serio: 2008. Che i più abili sanno già come scontare.  

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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2001-1-13

13/1/2001

Bioricco mi ci ficco, ma al momento è solo per specialisti

 Gli investitori più frettolosi speravano che la crescita delle azioni legate al settore della biologia compensassero lo sgonfiamento della bolla relativa alle tecnologie della comunicazione e ciberdintorni. Sono stati delusi. Lo scenario biotech ha una caratteristica peculiare. Da una parte è certo che la biorivoluzione avverrà e che sarà totale. Dall’altra, il “quando” è difficile da scenarizzare. Per questo, le avanguardie del mercato finanziario sono nella situazione di dover stare pronte a cogliere l’opportunità, ma senza avere alcun dato per scommettere sul momento in cui si potrà iniziare a scontare il successo futuro. La lista dei problemi, che traggo dalle richieste al mio istituto di ricerca – quelle, permettetemi, non vincolate dal segreto professionale –  da parte dei fondi di investimento, sono le seguenti: i nuovi prodotti biologici hanno un profilo morale delicatissimo che li rende incerti sul piano del consenso; anche perché ciascuno di essi sarà sottoposto a certificazioni istituzionali prima di poter andare sul mercato, influenzabili dal clima politico del momento; dove gli antagonisti (verdi e tradizionalisti di varia specie) sono già mobilitati; e non ci sono nuove istituzioni politiche globali e nazionali di “biocibernazione” - qui spesso invocate, vedi www.carlopelanda.com - disegnate per incanalare la rivoluzione tecnologica entro argini che non la facciano né straripare né inaridire, dotandola di consenso. Poi ci sono problemi intrinseci: l’industria basata sulla ricerca innovativa, tipicamente, deve mettere in conto alti costi di investimento senza sicurezza del risultato. I soggetti finanziari che raccolgono il capitale dai risparmiatori e che, comunque, vogliono posizionarsi nel biosettore hanno, correttamente sul piano deontologico, trasformato questa incertezza in lista di avvertimenti che spiega al cliente quanto l’investimento sia a rischio. Al punto - buffo - da rendere  i loro prospetti dissuasivi e non attrattivi. Ovvio che ben poco capitale “ordinario” tenti avventure nel settore. Infatti tale incertezza è trattabile solo da soggetti più forti, i gruppi di “venture capital”, che, avendo un alta propensione al rischio, possono meglio maneggiare oggetti “metafinaziari”, cioè a rischio non computabile secondo i metodi ed i tempi standard. E questi stanno pompando una buona massa di denaro nel settore. Che permetterà, oltre agli autoinvestimenti delle imprese interessate, di realizzare quello che biopromette. Ma cosa vedono costoro? Che in realtà lo scenario è più favorevole di quanto appaia. I problemi di consenso verranno risolti quando (5 anni) usciranno le prime supermedicine capaci di sconfiggere il cancro e (6-10 anni) i prodotti bioestetici che renderanno ragazzina una novantenne. Si tratta solo di evitare, nel frattempo, un conflitto troppo aspro tra tecnica e morale, lasciando il tempo alla seconda di adeguarsi alla prima. Poi sarà biorivoluzione sul serio: 2008. Che i più abili sanno già come scontare.  

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