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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2000-10-4

4/10/2000

Qui si sta orbitando troppo e sarebbe ora di andare oltre

Esopolitica. Giovedì scorso i tre astronauti della missione Expedition 1 sono entrati nel primo modulo (Zvezda) della Stazione spaziale internazionale. Verrà completata nel 2006 con quasi altri cento componenti forniti da 16 nazioni, tra cui l’Italia. Sarà in grado di ospitare sette operatori che lavoreranno in sei laboratori per cicli di tre o sei mesi. I futurizzanti – e chi scrive – sono emozionati perchè è un primo passo potenziale della corsa alle stelle. Tuttavia l’entusiasmo è moderato dal fatto che il progetto appare al momento più ancorato alla Terra che non proiettato verso il cosmo. La missione principale della Stazione internazionale, infatti, è quella di organizzare esperimenti tecnologici in situazioni di microgravità. Che si ritiene possano portare a nuove scoperte in medicina, biologia, metallurgia, chip, eccetera. Promettenti, certamente, perchè stimoleranno la nascita di un’industria collocata nello spazio. Ma ad un’analisi attenta non può sfuggire il fatto che il progetto, concettualmente, appare solo un raffinamento di quelli della Mir e di altri laboratori spaziali, risalenti agli anni ’80. Un salto più ardito ed evolutivo, per esempio, sarebbe stato quello di usare la nuova Stazione orbitante anche come piattaforma per creare ulteriori esostrutture oltre l’orizzonte orbitale terrestre. Per esempio, un cantiere per la costruzione di vere navi spaziali slegate dal problema di decollare o atterrare da un pianeta e utili per andare più velocemente su Marte. Ma, pur potendo questi sviluppi emergere nel futuro grazie all’esistenza della nuova stazione permanente, il progetto attuale non li persegue esplicitamente. Finita la competizione della Guerra fredda, sembra molto difficile trovare i motivi per fare un balzo oltre gli immediati dintorni della Terra. La spesa complessiva internazionale per le iniziative spaziali è quasi totalmente impegnata per progetti limitati alla sua orbita, pochissimo destinato all’esplorazione dello spazio remoto, quasi dimenticata la Luna. Parte del progetto di Stazione spaziale appare più strumentale al mantenimento di vecchi apparati militari e civili (soprattutto russi, in duopolio con gli americani) che non a produrre reali innovazioni. Ma, più importante, sullo sfondo manca una spinta culturale alla conquista delle regioni stellari. Per un motivo comprensibile. L’umano adattato al pianeta Terra può diventare Homo Cosmicus solo attraverso mutamenti molto complessi: o con radicali variazioni biostrutturali che lo rendano idoneo ai tempi ed ambienti extraterrestri o via terraformazione di pianeti raggiungibili in tempi ragionevoli oppure costruendo planetoidi artificiali semoventi. Finché una di queste, o altre, opzioni non diventeranno pensabili concretamente, sarà difficile stimolare una cultura di esoespansione. Ma chi le rende oggetti inizialmente sperimentabili è la politica spaziale basata su risorse pubbliche internazionali. Per questo dovrebbe orbitare un po’meno ed andare ben più oltre.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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