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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2000-10-21

21/10/2000

La prevenzione non piace alla politica

Le inondazioni di questa settimana rendono doveroso informare che, in teoria, la scienza e la tecnologia disponibili permetterebbero già adesso di realizzare con efficacia ed efficienza tre livelli di prevenzione: (1) evitare che un fenomeno estremo si trasformi in disastro; (2) minimizzare con funzioni d’emergenza preorganizzate i danni alle persone in situazioni non contenute dalla prima azione: la piena supera il livello previsto dal modello, ma in cinque minuti la popolazione è in salvo; (3) predisporre in anticipo i quadri legislativi e le modalità per ottenere le risorse utili alla ricostruzione veloce: la casa è distrutta, ma il giorno dopo il proprietario fa tre clic su un computer del Comune e sa quando e come sarà ricostruita, entro quale forma di finanziamento e, nel frattempo, dove abiterà. In pratica, le ricerche in materia di prevenzione mostrano che le nazioni più evolute (area Ocse) stanno organizzando sempre meglio il secondo livello, ma in modo insufficiente il primo ed il terzo. Perché? La prevenzione a monte, che modifica l’uso del territorio, il valore degli immobili, vieta o rilocalizza funzioni economiche, ecc., è un incubo politico a causa dei dissensi e dei costi. Specialmente in casi dove il rischio non è percepito incombente dalla popolazione oppure dove questa sfrutterebbe l’opportunità del pericolo certificato per richiedere assistenzialismo. E questo è un motivo. L’altro è che le istituzioni, appunto, non si avvalgono ancora di strumenti tecnologici adatti per la conoscenza delle fonti di rischio e per la gestione delle soluzioni preventive. In Italia peggio che in altri paesi. Oggi, appunto, sarebbe possibile elaborare mappe nazionali e locali computerizzate di un territorio, ottenute dallo spazio e da altri sensori specializzati. Tutti i punti critici di un’area potrebbero essere rappresentati ed integrati (da quello geologico a quanti alunni ha una classe) in un solo modello. Collegabile con un simulatore dove gli scienziati scenarizzano il ventaglio dei possibili rischi e li riproiettano come vincoli alla pianificazione sistemica e di dettaglio dell’area. E, in caso di emergenza, con un sistema operativo informatizzato simile a quello per la gestione elettronica di un campo di battaglia. Il tutto articolabile per piani comunali, regionali e nazionali. Perché non ci sono? Costano molto e implicherebbero un conflitto per le risorse tra diversi settori della spesa pubblica: o l’argine ben messo o il burocrate pasciuto. Provate con i sindacati a far prevalere il primo. Tecnologie come quelle dette toglierebbero discrezionalità alla politica, cioè l’opacità utile a compromessi ed affari, e non sarebbero le benvenute. Le ricostruzioni dopo le catastrofi sono opportunità di grandi iniezioni di spesa pubblica, cuccagna se resta poco vincolata. In conclusione, la politica non ha alcun motivo realistico per migliorare la prevenzione di primo e terzo livello. Per questo morite o state in baracca per decenni.

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