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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2001-6-2

2/6/2001

Anche se il nucleare torna forte, l’antagonista resta furbo

Simbolomachie. Torna il nucleare – nel piano energetico di Bush – e gli antinuclearisti di tutto il mondo si stanno mobilitando.  Per loro non sarà facile vincere come lo fu negli anni ’80. Manca il sottofondo della Guerra fredda che indusse l’associazione psicologica tra paura della bomba e pregiudizio generalizzato contro l’atomo. Anche quella tra pacifismo-ecologismo-anticapitalismo, pur perpetuata nel popolo di Seattle, è ormai condivisa solo da una minoranza di attivisti. Inoltre gioca contro questi l’”effetto tempo”. Una nuova tecnologia può essere demonizzata in fase iniziale perché l’ignoranza lascia spazio a manipolazioni simboliche astute. Ma poi la gente si abitua, se vede che non fa danni, e l’accetta. L’energia nucleare, Chernobyl a parte (ma fu un esperimento incosciente e non un incidente), non registra disastri dalla sua nascita. Poi c’è l’“effetto realtà”. Se l’energia manca o costa troppo, come ora in America, la gente modifica le priorità: dalla sicurezza al portafoglio. In queste condizioni sfavorevoli cosa inventeranno gli ecoconservatori? Il New York Times ha offerto un interessante esempio della nuova strategia simbolica. In un recente articolo propone cinque punti su cui ritiene che l’ammistrazione Bush non abbia riflettuto abbastanza prima di varare il rilancio del nucleare: non basta per ridurre i gas serra; tale effetto potrebbe essere ottenuto solo con una diffusione di centrali atomiche in tutto il mondo, ma ciò aumenterebbe i rischi di proliferazione militare; la sicurezza dei reattori è accettabile, ma non assoluta; i costi per farli sono enormi anche se si possono ridurre grazie alla standardizzazione; resta il problema irrisolto di dove localizzare le scorie pur essendo buona la tecnologia per gestirle. Il primo ed il secondo punto sono irrilevanti perché la priorità del piano nucleare è quello di dare più energia all’America e basta. Il terzo punto è più abilmente trattato: non si nega l’innegabile sicurezza delle centrali, ma si preserva il dubbio che questa non possa essere totale. E il vero attacco arriva su questo asse logico, in modo indiretto: chi pagherà i danni di un’eventuale incidente pur improbabilissimo? Lo Stato o l’impresa coinvolta? Qui il punto. Nel secondo caso l’ambiente legale statunitense impone tali livelli di risarcimenti da scoraggiare l’assunzione anche di rischi minimi. Quindi il messaggio al Senato appena passato in mano ai democratici, dopo la defezione di un repubblicano, è il seguente: (a) mantenete tutta la responsabilità a carico delle imprese e vedrete che il mercato ci penserà due volte prima di reinvestire nel nucleare; (b) ponete limitazioni legislative esagerate alla zonazione dei siti per il deposito delle scorie in modo da aumentare a valle i costi dei sistemi qualora fossero ridotti a monte. Bravi e perfidi. Quindi i futurizzanti americani ed europei non devono riposare sugli allori, ma capire che l’avversario ecoconservatore è sempre forte ed astuto.     

(c) 2001 Carlo Pelanda
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