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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2001-5-12

12/5/2001

Dopo vent’anni di demonizzazione si torna a parlare di energia nucleare

Dagli anni ’70 l’energia nucleare, nei paesi ricchi, è stata demonizzata al punto tale da bloccarne lo sviluppo. Fanno eccezione la Francia dove è considerata un fattore di potenza - copre il 65%  del fabbisogno di elettricità – ed il Giappone, perché molto vulnerabile a crisi petrolifere. Dopo un incidente nel reattore di Three Mile Island (1979) – solo catastrofe mediatica, in realtà – negli Usa non se ne sono più costruite. L’effetto emotivo dell’incidente di Chernobyl (1986), in verità frutto di un esperimento sconsiderato e non di un cedimento del pur primitivo sistema, chiuse i programmi atomici in Italia e li congelò in Germania ed altri paesi europei. La crisi delle sue teorie economiche costrinse la sinistra a trovare altri simboli per combattere il capitalismo e incorporò l’ambientalismo radicale che stava diventando sia movimento sia cultura di massa. Così in America ed Europa si formò un potente blocco culturale e politico antinuclearista che soffocò il settore. Il mercato, visti i dissensi e le restrizioni che lo colpivano, non finanziò più l’atomo. Dappertutto aumentò la dipendenza dai combustibili fossili. Dopo venti anni di tale irrazionalità  il primo paese che si trova nei guai per la scarsità ed i costi dell’ energia è l’America. Nel ripensare al piano energetico nazionale l’amministrazione Bush, oltre alla necessità di tamponare con più raffinerie ed estrazioni petrolifere l’emergenza corrente, ha riscoperto il nucleare.  E’  un segnale che gli Stati Uniti riprenderanno la via razionale verso fonti di energia pulita ed abbondante, tracciandola anche per l’Europa? Il New York Times stima che il dissenso popolare contro il nucleare stia scemando velocemente a seguito dei continui black-out in California e dell’aumento dei costi dei carburanti. Altri dati fanno prevedere che l’antinuclearismo lirico si ridurrà ad una minoranza soverchiata da ragionamenti pratici di portafoglio. Tuttavia, la ricostruzione della fiducia diffusa verso l’atomo non potrà basarsi solo su questi. La tecnologia è già in grado di assicurare che una centrale potrà essere a rischio zero, ma restano irrisolti i problemi di sicurezza nella preparazione del carburante atomico e, soprattutto, nella gestione delle scorie radioattive. Questi due elementi a monte e a valle devono essere oggetto di investimenti straordinari che implicano necessariamente l’intervento del capitale privato. Cosa lo convincerà a reinvestire nel settore? Una svolta simbolica di massa, del tipo: “Fermi” tutti, petrolio e carbone uccidono noi, il pianeta, l’economia e solo l’energia nucleare è una fonte pulita, inesauribile ed economicamente efficiente. Quindi lo scenario dipende dalla probabilità che la comunità scientifica riesca a conquistare le prime pagine dei (tele)giornali. E da giornalisti che capiscano finalmente quanto sia sbagliato mettere sullo stesso piano le opinioni dei ragazzi di via Panisperna e di  Seattle, causa non secondaria dell’antinuclearismo irrazionale.     

(c) 2001 Carlo Pelanda
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