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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2001-5-5

5/5/2001

Forse saranno le nanotecnologie il fulcro della prossima rivoluzione industriale

Next economy. Gli scenaristi più audaci la sentono nell’aria, ma non riescono ancora ad individuare attraverso quale porta del futuro entrerà nel nostro presente. Si intuisce che la rivoluzione conoscitiva e tecnologica in atto ne comporterà una ulteriore sul piano industriale. Che i mutamenti economici prodotti dall’irruzione della tecnologia dell’informazione nei processi di mercato – la “vecchia” New Economy – siano poca cosa in confronto a quello che sta per arrivare, pur avendo la prima generato una grande discontinuità espansiva. Si capisce che il “bang” scoppierà non per l’esplosione di una singola nuova tecnologia, ma per l’interazione ricombinante tra tante di esse, ciascuna in procinto, nello stesso periodo (entro il 2010), di realizzare lo sfondamento dei propri limiti disciplinari correnti. Per esempio, la biologia sta per arrivare ad un ingegneria genetica con capacità tali da modificare totalmente la medicina e creare i precursori per ridisegnare o creare qualsiasi forma di vita. Sta già cominciando ad interagire, pur a livelli primitivi, con i progetti di intelligenza artificiale (scenario di biocibernazione, già qui trattato). Ed altre – almeno – venti tecnologie base stanno vivendo un simile momento rivoluzionario e fanno presagire, combinandosi tra loro, nuovi gizmo: dal robot industriale stupido a quello pensante, autoevolutivo ed autoreplicantesi (un prototipo preliminare sta operando in Texas); da Internet ad Hypernet, passando per Supernet ora in fase di sviluppo sotto l’ombrello della Darpa (agenzia di ricerche del Pentagono). Tali sviluppi si stanno svelando e fanno intravedere l’emergere di un settore manifatturiero di nuova generazione in grado di individualizzare come non mai i prodotti attraverso una relazione coprogettuale in rete con il cliente. Sexy, si potrebbe già rischiare di investirci sopra, ma per inquadrare l’orizzonte dobbiamo chiederci se qualcosa d’altro avrà la possibilità di modificare ancor più profondamente i sistemi di fabbricazione. Se si guarda, c’è: la nanotecnologia. In essenza, si tratta della capacità di poter maneggiare la materia a livello di atomi, uno per uno, e di trarne, volendo, molecole ingegnerizzate, per esempio il Buckminster-fullerene (1985), e quindi infiniti nuovi materiali; nanofonti di energia (chimica e fisica), capaci di motorizzare nanorobot e nanocomputer, a loro volta assemblabili in strutture mesoscopiche di natura e prestazioni ora impensabili. Per esempio, l’automobile che si autocostruisce senza strumenti, ma  a partire da una coltura di nanocomponenti intelligenti. Da un lato, queste possibilità sono troppo futuribili per essere scenarizzate. Dall’altro, nei fatti, si sta raggiungendo una profondità di manipolazione della materia che la rende immensamente flessibile ad essere creata. Per questo la nanotecnologia potrebbe rivelarsi la rivoluzione di fondo che orienterà quelle delle singole discipline e delle loro interazioni. E forse sarà lo stargate della Next economy.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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