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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2000-5-27

27/5/2000

La biorivoluzione rischia di crescere con le gambe storte. Serve un paletto istituzionale

Biorivoluzione. E’ solo agli inizi, ma è già evidente che ha bisogno di nuove istituzioni che la incanalino in modo tale da evitarne sia l’inaridimento sia lo straripamento. Da una parte, queste dovrebbero garantire la piena libertà di ricerca e sperimentazione di qualsiasi cosa venga in mente agli scienziati, con l’unico divieto di praticare intenti criminali. Dall’altra, la popolazione del pianeta deve ricevere due garanzie: (a) che le tecnonovità non comportino un rischio eccessivo di danno diretto ed indiretto alla salute; (b) e che il cambiamento provocato dalla loro applicazione nella società non ecceda la capacità media degli individui di comprenderle ed utilizzarle. Criterio che implica anche la stimolazione di una maggiore istruzione di massa. Con un’aggiunta fondamentale: il diritto per tutti, senza discriminazioni di reddito e posizione sociale, di accedere alle tecnologie che migliorano la qualità della vita. Per esempio, se – a partire dal 2020 - chi ha denaro potesse arrivare a 200 anni o più, restando sempre giovane, bello e in piena salute e chi non lo ha dovesse morire a 80 anni, dopo decenni di rughe ed acciacchi, tale biodifferenziazione  creerebbe le condizioni di un conflitto civile totale. In sintesi, le nuove possibilità di  ingegnerizzare la vita e, in generale, di passare dall’ecologia naturale ad una artificiale, richiedono istituzioni regolative di tipo assolutamente nuovo. Qual è lo stato dell’arte dell’ingegneria politica in tale materia?

 Agli inizi degli anni ’90 l’autorità di garanzia americana per i cibi ed i farmaci (Fda) decise che gli organismi geneticamente modificati non avevano bisogno di etichettatura. Fu una scelta infelice, contaminata dal lobbying e dalla vista corta di alcuni bioproduttori (Monsanto tra i principali) che temevano la demonizzazione qualora la modifica genetica fosse risultata esplicita. Ma proprio questa tattica furtiva ha facilitato enormemente la demonizzazione stessa da parte degli ecoconservatori. Il risultato è che oggi l’80% della popolazione occidentale rifiuta irrazionalmente gli organismi geneticamente modificati. Questo caso mostra come l’assenza di regole e di trasparenza, alla fine, comporti ondate di dissenso che delegittimano le biotecnologie nonostante la loro utilità. Ma sono perfino più preoccupanti i casi in cui l’ingegneria politica occidentale ha tentato di regolare ed intervenire. La proliferazione di “comitati bioetici” si sta trasformando in un inferno per i bioricercatori in quanto luoghi dove l’attività scientifica può essere limitata da criteri magici o credenze irrazionali. Nella genesi dei recenti accordi internazionali sulla regolamentazione dei cibi transgenici si è notato che i politici hanno reagito ad un’onda di  demonizzazione non provata senza tentare di incanalarla entro argini razionali. Il che lascia prevedere future istituzioni sbilanciate sul lato proibizionista. Tendenza pericolosa in quanto la biorivoluzione potrebbe essere forzata a migrare in luoghi del pianeta meno controllati ed assumere forme clandestine. Così l’Uomo di Pechino, con le ali, alto tre metri ed immortale, potrebbe non essere più il nome di un nostro antenato del passato, ma di un incubo del prossimo futuro. L’unico buon esempio di saggezza politica in materia l’hanno data Blair e Clinton due mesi fa. Hanno vietato la brevettazione dell’informazione relativa al genoma umano, ma non quella relativa ad applicazioni biomediche specifiche a partire da quella base informativa generale. Il criterio è stato quello di bilanciare il requisito di esclusività, senza il quale  il mercato non può investire, con quello di trasparenza che è condizione necessaria per il consenso. Ma in questo caso è il mercato a non aver capito e ha fatto crollare i titoli azionari coinvolti nel settore. In conclusione, il punto che si ricava da questa panoramica è che siamo ancora pericolosamente lontani dal saper generare le nuove “istituzioni di biocibernazione”. Da un lato, pessimistico, tale situazione di gap comporta un alto rischio sia di ecocatastrofe sia di oscurantismo. Dall’altro, ottimistico, almeno indica con chiarezza cosa vada fatto con certa urgenza. 

(c) 2000 Carlo Pelanda
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