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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2000-7-1

1/7/2000

Nuovi fondi di accelerazione perché le promesse della genetica diventino realtà

Economia della futurizzazione. La rivoluzione biologica si sta annunciando con novità strepitose. Dalla mappazione del genoma umano sarà possibile ricavare le informazioni di base sia per modificare la causa genetica delle malattie sia per attuare terapie geniche individualizzate. I due agnellini nati questa settimana dal primo esperimento di clonazione transgenica sono i predecessori di maiali mutanti i cui organi potranno essere trapiantati negli organismi umani. Ma gli esperti prevedono che solo tra dieci anni o più saranno disponibili, forse, le applicazioni. Chi sta sviluppando il cancro morirà felice nel 2005 perché saprà che nel 2011 il male sarà facilmente curabile. Dobbiamo criogenizzarci e risvegliarci nel 2020 quando la tecnologia sarà matura? Buona idea, anche se freddina, ma tale tecnica non è ancora disponbile.

Il punto è che c’è un gap temporale eccessivo tra potenziale e realizzazione della biorivoluzione. Reso inquietante dal fatto che quando si dichiara che una cosa succederà tra dieci o venti anni, in realtà si vuol dire che non si ha la più pallida idea del quando e se avverrà (parola di scenarista). E questi dubbi non riguardano tanto la fattibilità scientifica, ma due fattori sociali di ritardo: le regolamentazioni politiche che allungano per motivi bioetici e simili le sperimentazioni e la propensione del mercato a finanziare la biorivoluzione. Quale investitore mette i propri soldi su iniziative che potrebbero essere demonizzate e rallentate al punto da promettere un ritorno dopo dieci anni o forse mai? Nessuno. E se il mercato, finito l’entusiasmo di questi mesi dovuto all’annuncio di tante bionovità, si accorgesse che ci sono problemi di allungamento eccessivo dei risultati, la biorivoluzione si sgonfierebbe e solo una piccola parte si realizzerebbe chissà quando. Per evitarlo, ho già invocato più volte in questa rubrica la nascita urgente di "Istituzioni di biocibernazione" con il compito di incanalare la rivoluzione biologica entro un canale che ne eviti sia inondazioni che siccità. In sostanza, servirebbero a creare il consenso sulle bionovità. Tale approccio farà perdere un po’ di tempo per soddisfare gli ecoconservatori, ma, in cambio, minimizzerà il rischio di demonizzazioni ed assicurerà che il risultato ci sarà entro un orizzonte traguardabile dal mercato. Inoltre potrà legittimare la creazione di "acceleratori pubblici" in forma di grandi programmi biomedici sostenuti dal denaro fiscale. Cosa ben vista dal mercato. Ma manca ancora un acceleratore. Nel caso migliore l’architettura politica detta lascerebbe troppo margine di rischio e ciò potrebbe disincentivare gli investimenti. Una soluzione potrebbe essere quella di raccogliere in fondi specializzati (Acceleration Funds) gli investitori che hanno un interesse diretto affinchè una determinata biotecnica sia realizzata il più presto possibile. Per esempio, chi aspetta un trapianto di fegato, reni o altro; chi teme di essere esposto al cancro o c’è già dentro e solo una terapia genica potrà salvarlo. Tali persone possono accettare un maggiore rischio finanziario per i loro investimenti in quanto la loro remunerazione reale consiste nell’accelerazione delle applicazioni che possono salvarli. Io, fumatore, metterei volentieri ben un terzo dei mie risparmi entro un Fondo di accelerazione dedicato al finanziamento delle terapie geniche antitumorali. E voi?

(c) 2000 Carlo Pelanda
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