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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2000-5-13

13/5/2000

Scoprite pure tutto, ma non toglieteci Atlantide

Economia delle leve simboliche. Pensiamo, per esempio, ad un bosco. Senza una valorizzazione simbolica è più redditizio tagliare gli alberi e venderli o usare il terreno per insediamenti. Ma se quel bosco è presentato come un miracoloso laboratorio di creazione della vita, magari con un importante reperto archeologico al suo interno, il valore di mercato della sua conservazione e manutenzione (turismo, valore pubblicitario trainato dall’importanza del sito)  è di gran lunga superiore all’approccio distruttivo. Quindi la capacità di agganciare ad ogni risorsa naturale una storia seducente che ne generi un valore simbolico traducibile in utilità è una strategia interessante ed innovativa per limitare la crescente distruzione dell’ecosistema. Così pare abbia pensato la rivista  “National Geographic”. Il 10 aprile ha inaugurato un programma di cinque anni che vedrà sette famosi -scienziati ed esploratori impegnati a risolvere i misteri archeologici, biologici e paleontologici del pianeta. Tra questi, Robert Ballard – scopritore del relitto del Titanic – esplorerà i fondali del Mar Nero per trovare i resti di navi antichissime e le prove del Diluvio (cioè civiltà sommerse). Il progetto “Jason” sarà seguito via satellite dalle scolaresche. In caso di successo (probabile) tutto il mondo vedrà che quelle coste e quei mari sono luoghi di enorme rilevanza simbolica. Così, si spera, sarà più difficile urbanizzarle selvaggiamente e contaminarne le acque senza incorrere in reprimende globali. E il turismo sarà aiutato. Tale concetto è espresso con lo slogan: “I know, I care” (se conosco tutelo). E la rivista ha esplicitamente detto che questo è il vero scopo dei programmi di esplorazione. L’ipotesi è che all’aumento della conoscenza corrisponda linearmente una valorizzazione degli ambienti storici e naturali tale da favorirne la conservazione. Ma siamo proprio sicuri che tale relazione tra “I know” e “I care” sia veramente lineare e diretta? Vediamo.

Uno dei progetti è quello di risolvere finalmente il mistero di Atlantide. Cosa succederà quando la verità sarà svelata? Cerchiamo di ipotizzarlo sulla base di altri esempi. Tutti hanno sentito parlare dei disegni nella piana desertica di Nazcà perché alcuni autori (per esempio il fantarcheologo Peter Colosimo) hanno ipotizzato che fossero segnali agli extraterrestri. E la cosa affascinava. Quando i ricercatori accademici hanno indagato seriamente è venuto fuori – ovviamente - che questi disegni avevano più prosaici scopi rituali o, perfino, di lavori pubblici assistenziali. Ora ben pochi turisti vanno a visitarli, il marchio “Nazcà” non tira perché il mistero è svanito. Questo è un caso dove la conoscenza razionale ha comportato la riduzione, e non l’aumento, del valore simbolico di un sito. Lo stesso è successo per l’isola di Pasqua. Torniamo ad Atlantide. L’idea che ne ha la gente è che tale civiltà fosse superiore. Quindi evoca l’immagine che sia esistito un “Grande lontano, antico, passato”. Il valore simbolico (ed economico) di questo mito è enormemente superiore ad una conoscenza che ci metta sul piatto la verità. Qual è? Certamente ci sono migliaia di esempi di civiltà sommerse da cataclismi e cambiamenti climatici. Ma se li riportiamo alla luce si vedrà che erano di tecnologia primitiva. Così come l’indagine approfondita sulle piramidi smentisce l’ipotesi di conoscenze superiori ed arcane. Non capiterà ad Atlantide perché Platone (Crizia, 360  a. C.) l’ha descritta con troppa precisione, eccetto la locazione dell’isola sommersa? Ahinoi, è probabile che Platone abbia inventato non tanto Atlantide, ma la sue caratteristiche di civiltà superiore. Il suo scopo filosofico era quello di dimostrare che esiste un mondo delle idee dove tutto è perfetto e che viene distrutto quando gli uomini smettono di rendersene conto e vengono attratti dai valori terreni. La superiorità di Atlantide è, quindi, uno strumento per sostenere tale tesi e non un pezzo di storia reale. Se ciò venisse dimostrato, allora verrebbe seriamente compromesso il mito del Grande passato ed il valore di tutto ciò che lo rappresenta (da Mu all’idea che anticamente esistesse una scienza dei poteri mentali). E il passato sarebbe sempre più interessante per gli accademici, ma meno  per i consumatori. Quindi il tipo di conoscenza che massimizza la leva simbolica deve fare i conti con l’eccitazione emotiva. Che richiede la conservazione del mito, dei misteri (oltre che l’evocazione di tesori fatti di oro, a tonnellate). Si apra un dibattito – grazie a National Geographic per averlo stimolato di fatto - su questo punto legato alla non linearità della relazione tra conoscenza, valore simbolico e utilità economica della tutela.

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