Non é chiaro il motivo strategico per cui gli Stati Uniti trattino l'India come un potenziale nemico e la Cina come un partner privilegiato. Il principio di prudenza consiglierebbe di fare l'esatto contrario. Un parzialmente inascoltato rapporto dell'ufficio per il "Net Assessment" del Pentagono, nel 1995, definiva la Cina come l'unico potere nel globo che avrebbe potuto sorpassare, tra il 2015 ed il 2020, gli Stati Uniti per capacità economica, e quindi militare. Un'analisi attenta degli studi strategici cinesi fa vedere tra le righe la formulazione di un'azione lenta, ma inesorabile, finalizzata ad espellere l'Occidente dal Pacifico e dall'Asia. Niente di direttamente e immediatamente aggressivo. Nulla che induca a modificare le politiche utili ad accelerare la piena entrata della Cina nel mercato globale. Ma pone il il problema di trovare con giusto anticipo qualcuno capace di bilanciare sul piano regionale la prossima spinta espansiva di Pechino. Il Giappone? Troppo piccolo. India e Russia sono le uniche possibilità realistiche. Per questo risulta incomprensibile che Washington oggi abbia relazioni pessime con Nuova Dehli (e instabili con Mosca)

Perché la questione dovrebbe interessare noi italiani che certo impero globale non siamo? Per il fatto che in questi giorni la Nato si sta trasformando - di fatto prima che di forma- da sistema di difesa regionale a organismo di polizia internazionale senza limiti territoriali. Ciò significa che eventuali problemi di instabilità nell'area asiatica ci toccheranno non solo sul piano economico, ma anche su quello politico-militare. E la cosa é già cominciata quando gli americani vollero, nel febbraio scorso, una riunione del G7+1 con il governo indiano per forzarlo a firmare il trattato di non proliferazione nucleare. Questo coinvolgimento allargato ci da il diritto di porre questioni "non-ascare". Nel caso, perché mai l'Alleanza dovrebbe tenere un atteggiamento troppo duro con l'India (democrazia con 980 milioni di abitanti) che nel futuro potrebbe esserci utile anche per bilanciare il potere cinese? Ha certamente fatto paura il linguaggio dell'appena defenestrato premier Atal Bihari Vajapayee, leader del partito popolare indiano, nazionalista indù, (Bharatiya Janata). Dopo i test nucleari del maggio 1998 affermò che l'India aveva bisogno della forza militare per risolvere i suoi problemi di sviluppo. Anche la sua oppositrice, ora leader del Partito del Congresso, la piemontese Sonia Maino Gandhi, dichiarò nello stesso frangente che lo status di potenza nucleare era questione di interesse nazionale e non di parte. E il test missilistico del 12 aprile scorso, che ha dimostrato la capacità indiana di colpire in profondità il territorio cinese e pakistano (con gli Agni 2) ha confermato che l'India é ormai un potere nucleare tecnicamente efficace nonostante tutti i tentativi americani di bloccarla. Non é del tutto ingiustificata la pressione per non permettere che l'India monetizzi la forza militare. Serve a dissuadere altri dal nuclearizzarsi, pretendere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu e trarne via ricatto vantaggi economici. Tuttavia questa posizione é molto astratta. L'l'idealpolitik si può fare in condizioni di superiorità assoluta - tipo il caso serbo- e non quando é solo relativa nonché diretta a potenze nucleari. In tali casi bisogna restare alla vecchia realpolitik.

Il punto. Non sarebbe saggio insistere nel trattare l'India solo con il bastone e niente carota. In particolare sarebbe pericoloso insistere nell'imporle sanzioni economiche proprio nel momento in cui si apre una difficilissima campagna elettorale. Nel sistema politico indiano é avvenuta una trasformazione. I poveri hanno scoperto che il voto conta e che con questo si possono ottenere soldi. Invece di continuare a dare il consenso ai grandi partiti "ombrello", da qualche tempo tendono sempre di più a favorire quelli locali, etnico-religiosi o di gruppo specifico. Impoverire di più l'India significherebbe semplicemente aumentarne la frammentazione politica e la tendenza autarchica, cosa non saggia in presenza di armi atomiche e di contenziosi territoriali aperti sia con la Cina che con il Pakistan. Sarebbe più prudente organizzare una binario che dia passo dopo passo all'India lo status di potenza in cambio di progressive aperture sul piano della sicurezza. Come? Facendola entrare inzialmente entro un G7+2 (parallelamente ad un negoziato che coopti la Cina creando un G7+3) e lasciandole comunque il tempo di consolidare la sua forza nucleare (tre anni) prima di imporle la firma del trattato finale di non-proliferazione. L'India si sentirebbe cooptata e ciò dovrebbe rilassarla ed aprirla finalmente alla cooperazione con l'Occidente. In sintesi, non ha senso tentare di bloccare oltre misura la vocazione indiana a diventare potenza regionale. Lo ha, al contrario, una politica dove la potenza indiana sia contenuta da quella cinese e viceversa, con l'Occidente che faccia da ago della bilancia e che possa utilizzare, quando serve, l'uno contro l'altro a seconda delle circostanze. Una pax deve essere cinicamente realistica per funzionare.

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Perché la questione dovrebbe interessare noi italiani che certo impero globale non siamo? Per il fatto che in questi giorni la Nato si sta trasformando - di fatto prima che di forma- da sistema di difesa regionale a organismo di polizia internazionale senza limiti territoriali. Ciò significa che eventuali problemi di instabilità nell'area asiatica ci toccheranno non solo sul piano economico, ma anche su quello politico-militare. E la cosa é già cominciata quando gli americani vollero, nel febbraio scorso, una riunione del G7+1 con il governo indiano per forzarlo a firmare il trattato di non proliferazione nucleare. Questo coinvolgimento allargato ci da il diritto di porre questioni "non-ascare". Nel caso, perché mai l'Alleanza dovrebbe tenere un atteggiamento troppo duro con l'India (democrazia con 980 milioni di abitanti) che nel futuro potrebbe esserci utile anche per bilanciare il potere cinese? Ha certamente fatto paura il linguaggio dell'appena defenestrato premier Atal Bihari Vajapayee, leader del partito popolare indiano, nazionalista indù, (Bharatiya Janata). Dopo i test nucleari del maggio 1998 affermò che l'India aveva bisogno della forza militare per risolvere i suoi problemi di sviluppo. Anche la sua oppositrice, ora leader del Partito del Congresso, la piemontese Sonia Maino Gandhi, dichiarò nello stesso frangente che lo status di potenza nucleare era questione di interesse nazionale e non di parte. E il test missilistico del 12 aprile scorso, che ha dimostrato la capacità indiana di colpire in profondità il territorio cinese e pakistano (con gli Agni 2) ha confermato che l'India é ormai un potere nucleare tecnicamente efficace nonostante tutti i tentativi americani di bloccarla. Non é del tutto ingiustificata la pressione per non permettere che l'India monetizzi la forza militare. Serve a dissuadere altri dal nuclearizzarsi, pretendere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu e trarne via ricatto vantaggi economici. Tuttavia questa posizione é molto astratta. L'l'idealpolitik si può fare in condizioni di superiorità assoluta - tipo il caso serbo- e non quando é solo relativa nonché diretta a potenze nucleari. In tali casi bisogna restare alla vecchia realpolitik.

Il punto. Non sarebbe saggio insistere nel trattare l'India solo con il bastone e niente carota. In particolare sarebbe pericoloso insistere nell'imporle sanzioni economiche proprio nel momento in cui si apre una difficilissima campagna elettorale. Nel sistema politico indiano é avvenuta una trasformazione. I poveri hanno scoperto che il voto conta e che con questo si possono ottenere soldi. Invece di continuare a dare il consenso ai grandi partiti "ombrello", da qualche tempo tendono sempre di più a favorire quelli locali, etnico-religiosi o di gruppo specifico. Impoverire di più l'India significherebbe semplicemente aumentarne la frammentazione politica e la tendenza autarchica, cosa non saggia in presenza di armi atomiche e di contenziosi territoriali aperti sia con la Cina che con il Pakistan. Sarebbe più prudente organizzare una binario che dia passo dopo passo all'India lo status di potenza in cambio di progressive aperture sul piano della sicurezza. Come? Facendola entrare inzialmente entro un G7+2 (parallelamente ad un negoziato che coopti la Cina creando un G7+3) e lasciandole comunque il tempo di consolidare la sua forza nucleare (tre anni) prima di imporle la firma del trattato finale di non-proliferazione. L'India si sentirebbe cooptata e ciò dovrebbe rilassarla ed aprirla finalmente alla cooperazione con l'Occidente. In sintesi, non ha senso tentare di bloccare oltre misura la vocazione indiana a diventare potenza regionale. Lo ha, al contrario, una politica dove la potenza indiana sia contenuta da quella cinese e viceversa, con l'Occidente che faccia da ago della bilancia e che possa utilizzare, quando serve, l'uno contro l'altro a seconda delle circostanze. Una pax deve essere cinicamente realistica per funzionare.

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Perché la questione dovrebbe interessare noi italiani che certo impero globale non siamo? Per il fatto che in questi giorni la Nato si sta trasformando - di fatto prima che di forma- da sistema di difesa regionale a organismo di polizia internazionale senza limiti territoriali. Ciò significa che eventuali problemi di instabilità nell'area asiatica ci toccheranno non solo sul piano economico, ma anche su quello politico-militare. E la cosa é già cominciata quando gli americani vollero, nel febbraio scorso, una riunione del G7+1 con il governo indiano per forzarlo a firmare il trattato di non proliferazione nucleare. Questo coinvolgimento allargato ci da il diritto di porre questioni "non-ascare". Nel caso, perché mai l'Alleanza dovrebbe tenere un atteggiamento troppo duro con l'India (democrazia con 980 milioni di abitanti) che nel futuro potrebbe esserci utile anche per bilanciare il potere cinese? Ha certamente fatto paura il linguaggio dell'appena defenestrato premier Atal Bihari Vajapayee, leader del partito popolare indiano, nazionalista indù, (Bharatiya Janata). Dopo i test nucleari del maggio 1998 affermò che l'India aveva bisogno della forza militare per risolvere i suoi problemi di sviluppo. Anche la sua oppositrice, ora leader del Partito del Congresso, la piemontese Sonia Maino Gandhi, dichiarò nello stesso frangente che lo status di potenza nucleare era questione di interesse nazionale e non di parte. E il test missilistico del 12 aprile scorso, che ha dimostrato la capacità indiana di colpire in profondità il territorio cinese e pakistano (con gli Agni 2) ha confermato che l'India é ormai un potere nucleare tecnicamente efficace nonostante tutti i tentativi americani di bloccarla. Non é del tutto ingiustificata la pressione per non permettere che l'India monetizzi la forza militare. Serve a dissuadere altri dal nuclearizzarsi, pretendere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu e trarne via ricatto vantaggi economici. Tuttavia questa posizione é molto astratta. L'l'idealpolitik si può fare in condizioni di superiorità assoluta - tipo il caso serbo- e non quando é solo relativa nonché diretta a potenze nucleari. In tali casi bisogna restare alla vecchia realpolitik.

Il punto. Non sarebbe saggio insistere nel trattare l'India solo con il bastone e niente carota. In particolare sarebbe pericoloso insistere nell'imporle sanzioni economiche proprio nel momento in cui si apre una difficilissima campagna elettorale. Nel sistema politico indiano é avvenuta una trasformazione. I poveri hanno scoperto che il voto conta e che con questo si possono ottenere soldi. Invece di continuare a dare il consenso ai grandi partiti "ombrello", da qualche tempo tendono sempre di più a favorire quelli locali, etnico-religiosi o di gruppo specifico. Impoverire di più l'India significherebbe semplicemente aumentarne la frammentazione politica e la tendenza autarchica, cosa non saggia in presenza di armi atomiche e di contenziosi territoriali aperti sia con la Cina che con il Pakistan. Sarebbe più prudente organizzare una binario che dia passo dopo passo all'India lo status di potenza in cambio di progressive aperture sul piano della sicurezza. Come? Facendola entrare inzialmente entro un G7+2 (parallelamente ad un negoziato che coopti la Cina creando un G7+3) e lasciandole comunque il tempo di consolidare la sua forza nucleare (tre anni) prima di imporle la firma del trattato finale di non-proliferazione. L'India si sentirebbe cooptata e ciò dovrebbe rilassarla ed aprirla finalmente alla cooperazione con l'Occidente. In sintesi, non ha senso tentare di bloccare oltre misura la vocazione indiana a diventare potenza regionale. Lo ha, al contrario, una politica dove la potenza indiana sia contenuta da quella cinese e viceversa, con l'Occidente che faccia da ago della bilancia e che possa utilizzare, quando serve, l'uno contro l'altro a seconda delle circostanze. Una pax deve essere cinicamente realistica per funzionare.

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Il Foglio

1999-4-28

28/4/1999

l'India non va bloccata, ma utilizzata per bilanciare la Cina (e viceversa)

Non é chiaro il motivo strategico per cui gli Stati Uniti trattino l'India come un potenziale nemico e la Cina come un partner privilegiato. Il principio di prudenza consiglierebbe di fare l'esatto contrario. Un parzialmente inascoltato rapporto dell'ufficio per il "Net Assessment" del Pentagono, nel 1995, definiva la Cina come l'unico potere nel globo che avrebbe potuto sorpassare, tra il 2015 ed il 2020, gli Stati Uniti per capacità economica, e quindi militare. Un'analisi attenta degli studi strategici cinesi fa vedere tra le righe la formulazione di un'azione lenta, ma inesorabile, finalizzata ad espellere l'Occidente dal Pacifico e dall'Asia. Niente di direttamente e immediatamente aggressivo. Nulla che induca a modificare le politiche utili ad accelerare la piena entrata della Cina nel mercato globale. Ma pone il il problema di trovare con giusto anticipo qualcuno capace di bilanciare sul piano regionale la prossima spinta espansiva di Pechino. Il Giappone? Troppo piccolo. India e Russia sono le uniche possibilità realistiche. Per questo risulta incomprensibile che Washington oggi abbia relazioni pessime con Nuova Dehli (e instabili con Mosca)

Perché la questione dovrebbe interessare noi italiani che certo impero globale non siamo? Per il fatto che in questi giorni la Nato si sta trasformando - di fatto prima che di forma- da sistema di difesa regionale a organismo di polizia internazionale senza limiti territoriali. Ciò significa che eventuali problemi di instabilità nell'area asiatica ci toccheranno non solo sul piano economico, ma anche su quello politico-militare. E la cosa é già cominciata quando gli americani vollero, nel febbraio scorso, una riunione del G7+1 con il governo indiano per forzarlo a firmare il trattato di non proliferazione nucleare. Questo coinvolgimento allargato ci da il diritto di porre questioni "non-ascare". Nel caso, perché mai l'Alleanza dovrebbe tenere un atteggiamento troppo duro con l'India (democrazia con 980 milioni di abitanti) che nel futuro potrebbe esserci utile anche per bilanciare il potere cinese? Ha certamente fatto paura il linguaggio dell'appena defenestrato premier Atal Bihari Vajapayee, leader del partito popolare indiano, nazionalista indù, (Bharatiya Janata). Dopo i test nucleari del maggio 1998 affermò che l'India aveva bisogno della forza militare per risolvere i suoi problemi di sviluppo. Anche la sua oppositrice, ora leader del Partito del Congresso, la piemontese Sonia Maino Gandhi, dichiarò nello stesso frangente che lo status di potenza nucleare era questione di interesse nazionale e non di parte. E il test missilistico del 12 aprile scorso, che ha dimostrato la capacità indiana di colpire in profondità il territorio cinese e pakistano (con gli Agni 2) ha confermato che l'India é ormai un potere nucleare tecnicamente efficace nonostante tutti i tentativi americani di bloccarla. Non é del tutto ingiustificata la pressione per non permettere che l'India monetizzi la forza militare. Serve a dissuadere altri dal nuclearizzarsi, pretendere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu e trarne via ricatto vantaggi economici. Tuttavia questa posizione é molto astratta. L'l'idealpolitik si può fare in condizioni di superiorità assoluta - tipo il caso serbo- e non quando é solo relativa nonché diretta a potenze nucleari. In tali casi bisogna restare alla vecchia realpolitik.

Il punto. Non sarebbe saggio insistere nel trattare l'India solo con il bastone e niente carota. In particolare sarebbe pericoloso insistere nell'imporle sanzioni economiche proprio nel momento in cui si apre una difficilissima campagna elettorale. Nel sistema politico indiano é avvenuta una trasformazione. I poveri hanno scoperto che il voto conta e che con questo si possono ottenere soldi. Invece di continuare a dare il consenso ai grandi partiti "ombrello", da qualche tempo tendono sempre di più a favorire quelli locali, etnico-religiosi o di gruppo specifico. Impoverire di più l'India significherebbe semplicemente aumentarne la frammentazione politica e la tendenza autarchica, cosa non saggia in presenza di armi atomiche e di contenziosi territoriali aperti sia con la Cina che con il Pakistan. Sarebbe più prudente organizzare una binario che dia passo dopo passo all'India lo status di potenza in cambio di progressive aperture sul piano della sicurezza. Come? Facendola entrare inzialmente entro un G7+2 (parallelamente ad un negoziato che coopti la Cina creando un G7+3) e lasciandole comunque il tempo di consolidare la sua forza nucleare (tre anni) prima di imporle la firma del trattato finale di non-proliferazione. L'India si sentirebbe cooptata e ciò dovrebbe rilassarla ed aprirla finalmente alla cooperazione con l'Occidente. In sintesi, non ha senso tentare di bloccare oltre misura la vocazione indiana a diventare potenza regionale. Lo ha, al contrario, una politica dove la potenza indiana sia contenuta da quella cinese e viceversa, con l'Occidente che faccia da ago della bilancia e che possa utilizzare, quando serve, l'uno contro l'altro a seconda delle circostanze. Una pax deve essere cinicamente realistica per funzionare.

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