Scrive Jeremy Rifkin nel suo preoccupato libro sulla rivoluzione biologica incombente (The Biotech Century): "In poco più di una generazione la nostra definizione usuale della vita ed il significato dell'esistenza saranno radicalmente alterati". In effetti é probabile che attorno al 2015 le nuove biotecnologie saranno in grado di manipolare qualsiasi sistema vivente. C'é chi attende questa rivoluzione come "ecoliberazione" dalla schiavitù imposta da una Natura non manipolabile dal desiderio individuale e repressiva (morte, vecchiaia, malattie, limiti fisici, immodificabilità di se stessi). Per esempio chi scrive. Che si sente in sintonia sia con i creatori del mito di Prometeo sia con Giacomo Leopardi, la sua ribellione contro la Natura malevola, il disperato rivolgersi all'infinito. E con qualsiasi agricoltore che fin dal neolitico ha cercato di far crescere, sudando e bestemmiando contro insetti e cielo, qualche frutto dalla terra, manipolando il primo e la seconda quanto più poteva. Altri sono terrorizzati dalla prospettiva che l'uomo possa mettere il dito nei processi naturali. Temono che vada un po' troppo al centro dell'universo e che, potendo modificare le basi biologiche dei processi sociali, scardini irrimediabilmente questi ultimi (religioni, famiglia, democrazia, esercizio della libera volontà, ecc.). Una frase di Rifkin rende bene il dilemma dei progressisti di fronte alla discontinuità storica (ed evoluzionistica) della rivoluzione biologica assimilandola, da una parte, all'avvento modernizzante ed antropocentrico del Rinascimento che spazzò via il mondo medievale, ma, dall'altra, dando al mutamento in corso un significato negativo. Progressismo in tilt. Comunque niente paura, il caro vecchio Medioevo ritira fuori i suoi campioni: Carlo, Principe di Galles, ha alzato rumorosamente gonfalone (stupendo quello sul suo web site) contro il progresso biotecnologico: Il primo di giugno ha scrittto che gli agricoltori naturalisti si stanno trovando in una situazione disetica e senza precedenti nella quale le loro colture potrebbero essere incrociate per impollinazione con quelle alterate geneticamente. Giustamente il Financial Times ha messo in prima pagina questa dichiarazione di guerra, anche perché poco tempo prima Tony Blair si era fatto riprendere dalle telecamere mentre gustava verdure trattate con i metodi transgenici.

Uno dei fronti attualmente più caldi del conflitto tra neoborghesi favorevoli alle manipolazioni biotecnologiche e neofeudali contrari é quello dei prodotti alimentari transgenici. Perché? Me lo spiega un mio ex-studente della University of Georgia - dove negli anni Trenta nacque l'ecologia moderna - che sta preparando per i gruppi ecologisti radicali le strategie di sabotaggio economico (soft) contro i protagonisti industriali della rivoluzione biologica. Il punto é che la modifica genetica dei prodotti alimentari sta avendo un grande successo. Pratico e ambientalmente amichevole. Per esempio, più si inseriscono geni rafforzanti in pomodori, patate, grano, soia ecc., meno é necessario impestare il terreno con insetticidi ed erbicidi. Inoltre i prodotti crescono bene e tanti dando una resa economica migliore all'investimento di quella possibile senza tali elaborazioni. Soprattutto non c'é alcun rischio medico. Infatti anche i ricercatori reclutati dai neofeudali devono ammetterlo, potendo solo negativizzare i prodotti transgenici con il poco scientifico "non si possono escludere rischi nel lungo periodo" ("scientifico" sarebbe lo specificare almeno quali). Per questi motivi gli strateghi neofeudali temono che il cibo transgenico diventi un Cavallo di Troia che favorisca il consenso per le altre, e più importanti, applicazioni biomanipolative. Da una parte si sentono forti nel contrastare tutte le biotecnologie che comportano impatti umani diretti perché trovano come alleato il "naturale" conservatorismo sociale che teme la novità. E su questo piano combattono abbastanza pulito. Dall'altra si sentono deboli sul piano delle tecnologie transgeniche alimentari, perché vistosamente utili ed innocue, e qui combattono sporco con abili strategie comunicative demonizzanti. Una di queste é il chiedere che i prodotti transgenici vengano etichettati come tali, per ghettizzarli. Nel 1997, la Novartis si accorse della trappola e disse di essere assolutamente favorevole alla etichettatura, confidando che il consumatore non si sarebbe per nulla preoccupato del fatto. Gli altri grandi gruppi industriali, invece, accettarono ingenuamente il terreno di scontro. Con buoni argomenti, per altro, come quello trovato da Jerry Coulder, della Mycogen Corporation: "sarebbe come etichettare il sangue ebreo o nero o bianco, un pregiudizio sociale senza base scientifica". La guerra prosegue. Ma i neofeudali in difficoltà hanno bisogno di un principe che parla con le piante ed é troppo snob per impararne i nuovi linguaggi. Lo hanno trovato.

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Uno dei fronti attualmente più caldi del conflitto tra neoborghesi favorevoli alle manipolazioni biotecnologiche e neofeudali contrari é quello dei prodotti alimentari transgenici. Perché? Me lo spiega un mio ex-studente della University of Georgia - dove negli anni Trenta nacque l'ecologia moderna - che sta preparando per i gruppi ecologisti radicali le strategie di sabotaggio economico (soft) contro i protagonisti industriali della rivoluzione biologica. Il punto é che la modifica genetica dei prodotti alimentari sta avendo un grande successo. Pratico e ambientalmente amichevole. Per esempio, più si inseriscono geni rafforzanti in pomodori, patate, grano, soia ecc., meno é necessario impestare il terreno con insetticidi ed erbicidi. Inoltre i prodotti crescono bene e tanti dando una resa economica migliore all'investimento di quella possibile senza tali elaborazioni. Soprattutto non c'é alcun rischio medico. Infatti anche i ricercatori reclutati dai neofeudali devono ammetterlo, potendo solo negativizzare i prodotti transgenici con il poco scientifico "non si possono escludere rischi nel lungo periodo" ("scientifico" sarebbe lo specificare almeno quali). Per questi motivi gli strateghi neofeudali temono che il cibo transgenico diventi un Cavallo di Troia che favorisca il consenso per le altre, e più importanti, applicazioni biomanipolative. Da una parte si sentono forti nel contrastare tutte le biotecnologie che comportano impatti umani diretti perché trovano come alleato il "naturale" conservatorismo sociale che teme la novità. E su questo piano combattono abbastanza pulito. Dall'altra si sentono deboli sul piano delle tecnologie transgeniche alimentari, perché vistosamente utili ed innocue, e qui combattono sporco con abili strategie comunicative demonizzanti. Una di queste é il chiedere che i prodotti transgenici vengano etichettati come tali, per ghettizzarli. Nel 1997, la Novartis si accorse della trappola e disse di essere assolutamente favorevole alla etichettatura, confidando che il consumatore non si sarebbe per nulla preoccupato del fatto. Gli altri grandi gruppi industriali, invece, accettarono ingenuamente il terreno di scontro. Con buoni argomenti, per altro, come quello trovato da Jerry Coulder, della Mycogen Corporation: "sarebbe come etichettare il sangue ebreo o nero o bianco, un pregiudizio sociale senza base scientifica". La guerra prosegue. Ma i neofeudali in difficoltà hanno bisogno di un principe che parla con le piante ed é troppo snob per impararne i nuovi linguaggi. Lo hanno trovato.

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Uno dei fronti attualmente più caldi del conflitto tra neoborghesi favorevoli alle manipolazioni biotecnologiche e neofeudali contrari é quello dei prodotti alimentari transgenici. Perché? Me lo spiega un mio ex-studente della University of Georgia - dove negli anni Trenta nacque l'ecologia moderna - che sta preparando per i gruppi ecologisti radicali le strategie di sabotaggio economico (soft) contro i protagonisti industriali della rivoluzione biologica. Il punto é che la modifica genetica dei prodotti alimentari sta avendo un grande successo. Pratico e ambientalmente amichevole. Per esempio, più si inseriscono geni rafforzanti in pomodori, patate, grano, soia ecc., meno é necessario impestare il terreno con insetticidi ed erbicidi. Inoltre i prodotti crescono bene e tanti dando una resa economica migliore all'investimento di quella possibile senza tali elaborazioni. Soprattutto non c'é alcun rischio medico. Infatti anche i ricercatori reclutati dai neofeudali devono ammetterlo, potendo solo negativizzare i prodotti transgenici con il poco scientifico "non si possono escludere rischi nel lungo periodo" ("scientifico" sarebbe lo specificare almeno quali). Per questi motivi gli strateghi neofeudali temono che il cibo transgenico diventi un Cavallo di Troia che favorisca il consenso per le altre, e più importanti, applicazioni biomanipolative. Da una parte si sentono forti nel contrastare tutte le biotecnologie che comportano impatti umani diretti perché trovano come alleato il "naturale" conservatorismo sociale che teme la novità. E su questo piano combattono abbastanza pulito. Dall'altra si sentono deboli sul piano delle tecnologie transgeniche alimentari, perché vistosamente utili ed innocue, e qui combattono sporco con abili strategie comunicative demonizzanti. Una di queste é il chiedere che i prodotti transgenici vengano etichettati come tali, per ghettizzarli. Nel 1997, la Novartis si accorse della trappola e disse di essere assolutamente favorevole alla etichettatura, confidando che il consumatore non si sarebbe per nulla preoccupato del fatto. Gli altri grandi gruppi industriali, invece, accettarono ingenuamente il terreno di scontro. Con buoni argomenti, per altro, come quello trovato da Jerry Coulder, della Mycogen Corporation: "sarebbe come etichettare il sangue ebreo o nero o bianco, un pregiudizio sociale senza base scientifica". La guerra prosegue. Ma i neofeudali in difficoltà hanno bisogno di un principe che parla con le piante ed é troppo snob per impararne i nuovi linguaggi. Lo hanno trovato.

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Il Foglio

1999-6-4

4/6/1999

Escalation nell'ecoguerra tra neoborghesi e neofeudali

Scrive Jeremy Rifkin nel suo preoccupato libro sulla rivoluzione biologica incombente (The Biotech Century): "In poco più di una generazione la nostra definizione usuale della vita ed il significato dell'esistenza saranno radicalmente alterati". In effetti é probabile che attorno al 2015 le nuove biotecnologie saranno in grado di manipolare qualsiasi sistema vivente. C'é chi attende questa rivoluzione come "ecoliberazione" dalla schiavitù imposta da una Natura non manipolabile dal desiderio individuale e repressiva (morte, vecchiaia, malattie, limiti fisici, immodificabilità di se stessi). Per esempio chi scrive. Che si sente in sintonia sia con i creatori del mito di Prometeo sia con Giacomo Leopardi, la sua ribellione contro la Natura malevola, il disperato rivolgersi all'infinito. E con qualsiasi agricoltore che fin dal neolitico ha cercato di far crescere, sudando e bestemmiando contro insetti e cielo, qualche frutto dalla terra, manipolando il primo e la seconda quanto più poteva. Altri sono terrorizzati dalla prospettiva che l'uomo possa mettere il dito nei processi naturali. Temono che vada un po' troppo al centro dell'universo e che, potendo modificare le basi biologiche dei processi sociali, scardini irrimediabilmente questi ultimi (religioni, famiglia, democrazia, esercizio della libera volontà, ecc.). Una frase di Rifkin rende bene il dilemma dei progressisti di fronte alla discontinuità storica (ed evoluzionistica) della rivoluzione biologica assimilandola, da una parte, all'avvento modernizzante ed antropocentrico del Rinascimento che spazzò via il mondo medievale, ma, dall'altra, dando al mutamento in corso un significato negativo. Progressismo in tilt. Comunque niente paura, il caro vecchio Medioevo ritira fuori i suoi campioni: Carlo, Principe di Galles, ha alzato rumorosamente gonfalone (stupendo quello sul suo web site) contro il progresso biotecnologico: Il primo di giugno ha scrittto che gli agricoltori naturalisti si stanno trovando in una situazione disetica e senza precedenti nella quale le loro colture potrebbero essere incrociate per impollinazione con quelle alterate geneticamente. Giustamente il Financial Times ha messo in prima pagina questa dichiarazione di guerra, anche perché poco tempo prima Tony Blair si era fatto riprendere dalle telecamere mentre gustava verdure trattate con i metodi transgenici.

Uno dei fronti attualmente più caldi del conflitto tra neoborghesi favorevoli alle manipolazioni biotecnologiche e neofeudali contrari é quello dei prodotti alimentari transgenici. Perché? Me lo spiega un mio ex-studente della University of Georgia - dove negli anni Trenta nacque l'ecologia moderna - che sta preparando per i gruppi ecologisti radicali le strategie di sabotaggio economico (soft) contro i protagonisti industriali della rivoluzione biologica. Il punto é che la modifica genetica dei prodotti alimentari sta avendo un grande successo. Pratico e ambientalmente amichevole. Per esempio, più si inseriscono geni rafforzanti in pomodori, patate, grano, soia ecc., meno é necessario impestare il terreno con insetticidi ed erbicidi. Inoltre i prodotti crescono bene e tanti dando una resa economica migliore all'investimento di quella possibile senza tali elaborazioni. Soprattutto non c'é alcun rischio medico. Infatti anche i ricercatori reclutati dai neofeudali devono ammetterlo, potendo solo negativizzare i prodotti transgenici con il poco scientifico "non si possono escludere rischi nel lungo periodo" ("scientifico" sarebbe lo specificare almeno quali). Per questi motivi gli strateghi neofeudali temono che il cibo transgenico diventi un Cavallo di Troia che favorisca il consenso per le altre, e più importanti, applicazioni biomanipolative. Da una parte si sentono forti nel contrastare tutte le biotecnologie che comportano impatti umani diretti perché trovano come alleato il "naturale" conservatorismo sociale che teme la novità. E su questo piano combattono abbastanza pulito. Dall'altra si sentono deboli sul piano delle tecnologie transgeniche alimentari, perché vistosamente utili ed innocue, e qui combattono sporco con abili strategie comunicative demonizzanti. Una di queste é il chiedere che i prodotti transgenici vengano etichettati come tali, per ghettizzarli. Nel 1997, la Novartis si accorse della trappola e disse di essere assolutamente favorevole alla etichettatura, confidando che il consumatore non si sarebbe per nulla preoccupato del fatto. Gli altri grandi gruppi industriali, invece, accettarono ingenuamente il terreno di scontro. Con buoni argomenti, per altro, come quello trovato da Jerry Coulder, della Mycogen Corporation: "sarebbe come etichettare il sangue ebreo o nero o bianco, un pregiudizio sociale senza base scientifica". La guerra prosegue. Ma i neofeudali in difficoltà hanno bisogno di un principe che parla con le piante ed é troppo snob per impararne i nuovi linguaggi. Lo hanno trovato.

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