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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

1999-7-15

15/7/1999

Gli americani sono vaccinati contro le americanate, gli americanizzandi no

La globalizzazione si sta sviluppando più come americanizzazione del pianeta che non come interconnessione tra culture diverse che restano tali. Ciò avviene, oltre che per il ruolo di potenza mondiale degli Stati Uniti, perché tutti gli standard tecnici e culturali dominanti sono di matrice americana. Nessuno può ambire a posti di lavoro importanti se non conosce l'inglese, lingua di lavoro planetaria. E ciò comporta anche una colonizzazione culturale. Per esempio, quando mi connetto con i sistemi di e-trade (commercio elettronico), per vendere e comprare azioni e titoli on line, in realtà assorbo un modo di pensare che é specifico del sistema americano e diverso da quello mio di base. Sono stato educato - cultura mitteleuropea triestina - a riflettere molto prima di prendere una decisione. On line, invece, sento di dover essere rapidissimo, di privilegiare il "fare" (to do) al "pensare", di sostituire l'azione alla riflessione perché il sistema mi invita, mi forza, a fare così. Colonizzato? Sì, ma senza grandi problemi. Comunque riesco a riconoscere i diversi modelli di riferimento e li uso a seconda delle circostanze. Un po' perché ho ricevuto una buona istruzione e molto perché avendo fatto una carriera negli Stati Uniti sono vaccinato contro gli eccessi di quella specifica cultura. Da questa posizione personale non ho mai visto con grande preoccupazione il fenomeno di americanizzazione del pianeta. Ma recentemente ho osservato un giovane collaboratore tedesco prendere decisioni di investimento non "pensando", ma consultando le classifiche (ranking system) delle migliori aziende perché - mi dice - " in America si fa così". In generale, ci sono sempre più segni che la mania classificatoria americana si stia diffondendo anche da noi veicolata dalla dominanza anglofona e dei tecnosistemi di origine statuintense. Fermi tutti. Il virus del "ranking" può essere devastante se si diffonde in popolazioni che non possiedono anticorpi per contrastarlo.

Da una parte, in America tutto é sottoposto a "ranking". Scuole, università, i cento migliori film del secolo, i primi dieci"best seller", i cinquecento più ricchi, le duemila aziende più grandi e così via. E le classifiche hanno raggiunto un livello di dettaglio ossessivo. Un po' ridicolo, come in quelle sportive che misurano anche la più insignificante vibrazione papillare dell'atleta. Di certa utilità, come in quelle di "best buy" che indicano allo studente in quale Business School troverà il miglior rapporto tra spesa per l'istruzione e speranza di remunerazione successiva. In sintesi, ogni decisione e valutazione di un americano é sostenuta da una classifica che la orienta. D'altra parte gli americani - é una notizia - non credono poi così tanto alle classifiche e non si fanno granché orientare da queste. Anche nelle scelte finanziarie. Per esempio, la "Value Line Investment Survey" é una pubblicazione che offre periodicamente una classifica dei migliori investimenti. Ma il fondo gestito dalla stessa "Value Line" compie scelte diverse da quelle raccomandate dal suo stesso bollettino. Samuel Eisenstadt, direttore ricerche del fondo, giustifica il fatto con motivi di diversificazione che rendono talvolta necessario scegliere opzioni di rango più basso. Inoltre sarebbe un disastro se tutti i fondi comprassero solo le azioni "top" e abbandonassero quelle minori. La materia é molto tecnica, ma qui l'esempio ci interessa per vedere come l'ambiente americano abbia sviluppato un vaccino contro il sovradattamento alle classifiche oreintative. E la casalinga aspetta certamente con impazienza la lista dei migliori libri, ma quando va comprarne uno non si preoccupa per nulla di scegliere il sessantesimo, se le piace. In sintesi, gli americani sono vaccinati contro l'eccesso classificatorio. Ma perché esiste, allora? Il modello americano prescrive un mondo organizzato per gerarchia di merito. E per farla bisogna valutare tutto disponendolo su un asse migliore - peggiore. Questa é la visione di una società che accetta solo leadership per merito e non per ascrizione. In tal senso la sindrome classificatoria ha un significato morale che agli americani piace. Resterà, cioé, alta la domanda di più classifiche su più oggetti. Ma, pragmatici quanto moralisti, sanno che per le scelte importanti devono seguire una valutazione qualitativa più sofisticata di quella offerta dal "ranking system". Svelato questo salutare doppio standard, resta il problema che gli americani sono vaccinati per non soccombere alla loro stessa cultura, ma coloro che sono in corso di americanizzazione, invece, no. Quale vaccino? Thinkina, ovviamente.

(c) 1999 Carlo Pelanda
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