Politica di prevenzione e gestione delle catastrofi. Se ne parla solo quando queste capitano. Per lo più superficialmente e con semplificazioni imputative che evocano l'antica modalità del capro espiatorio, e poi nel dimenticatoio fino alla prossima. E' ora di, almeno, chiarire la complessità della prevenzione affinché si formi un'opinione pubblica più istruita in materia.

Per semplificare, lasciatemi ricorrere ad un esempio personale. Nel 1988 fui chiamato dall'allora Segretario Generale dell'Onu, Xavier Perez De Cuellar, a far parte del gruppo di esperti che doveva preparare un piano di politica globale di difesa dalle calamità naturali. Ero certo di poter proporre qualcosa di sensato. Avevo i dati dei danni economici prodotti dagli impatti catastrofici e una simulazione che mostrava robustamente l'ipotesi che spendendo, "prima", solo il 10% di quella cifra in forma di prevenzione se ne sarebbe risparmiato il 90%, "dopo". Ritenevo che una tale evidenza di razionalità economica avrebbe portato conseguenze risolutive, nelle singole nazioni, se fosse diventatata criterio di una politica "forte" dell'Onu. Mi mancava un dato importante. Lo chiesi a Frank Press, geofisico, presidente delle Accademia nazionale delle scienze negli Stati Uniti e coordinatore del gruppo multidisciplinare di esperti sopra detto. Gli chiesi: "ma abbiamo le conoscenze scientifiche e tecnologiche adeguate per certificare ragionevolmente che un dato investimento di prevenzione porti successivamente a un buon risultato di sicurezza?". Mi rispose che se ne sapeva abbastanza e che quello che mancava era una funzione lineare della quantità di soldi dedicata a ricerca futura. Ambedue, con gli altri, cominciammo il lavoro di valutazione convinti che la questione potesse essere inquadrata in modo razionale e lineare. Ma l'analisi approfondita della realtà diede un risultato esattamente opposto. La questione era tutto meno che inquadrabile linearmente e razionalmente. Esempi.

Mostrate ad un sindaco, sia americano che italiano o di altrove e che la sua città é esposta ad un rischio terrioriale elevato determinato nella fattispecie, ma relativamente indeterminato nei tempi di accadimento. La sua prima reazione sarà quella di opporsi a comunicare al pubblico il rischio. Cosa ne sarà del valore degli immobili? Chi verrà a fare turismo? Chi mi eleggerà? Almeno ditemi quando, esattamente. E il povero scienziato risponde che avverrà certamente l'evento, ma può solo prevedere un intervallo di anni, al 92% di probabilità, per dire. E il politico ha buon gioco a rispondere: "bene, tornate quando sarete più precisi. Io non scasso la mia carriera politica e l'economia della mia città per una previsione solo probabilistica, tra l'altro per un periodo così lontano".

E se una norma riesce ad imporglielo? In effetti succede dopo disastri eclatanti che fanno apprendere ad una comunità che é meglio prevenire. Ma, attenzione. Certamente dopo un terremoto é più probabile che parta una legislazione che riduca la vulnerabilità edilizia contro i sismi. E per le alluvioni? Non é detto. La lezione di apprendimento non necessariamente comporta un aumento della consapevolezza "sistemica" in merito al rischio. Prova visiva: una casa antisismica, costruita dopo il terremoto del 1976 in Friuli, sradicata da un'alluvione successiva, ma rimasta intatta come struttura. Quando la vidi, buttai via quella razionale simulazione detta sopra. Ed ebbi sempre più conferme della giustezza del gesto. Costa del Texas o Florida. Gli uragani ci passano sopra regolarmente spazzando le case di legno. Cosa fanno dopo? Riscostruiscono le case di legno. Perché non le fanno in cemento? L'abitudine culturale é di farle in legno (forse ci sono anche problemi di costo) e sarà difficile convincerli a fare diversamente.

Appunto, la questione della prevenzione é tutto meno che semplice, razionale e lineare. L'evoluzione scientifica mette in grado i governi di prevedere i rischi. Ma gli strumenti dei governi stessi non sono ancora adeguati ad importare nel processo politico ed amministrativo la nuova conoscenza. Inoltre i (necessari) criteri probabilistici con sui si esprime una previsione scientifica non bastano ai requisiti di certezza richiesti dai politici per compiere decisioni. Esempio, pensate al politico che deve decidere di evacuare centomila persone in poche ore perché lo scienziato gli ha detto che al 90%, lì, capiterà una sberla sismica. Successe a Giuseppe Zamberletti qualche anno fa: diede l'ordine di evacuazione, la cosa non capitò per fortuna degli abitanti della Garfagnana. Ma quale politico se la sente di fare errori in un senso o nell'altro? E il meccanismo preventivo trova un blocco. E' ovvio che siano da costruire dei nuovi protocolli di relazione, ed operativi, tra scienza della prevenzione e sistema delle decisioni politiche. Come é ovvio che i secondi possano evolvere solo a condizione che trovino consenso nella società. Che va educata. Ma il farlo implica toccare sistemi culturali e situazioni sociali non facilmente modificabili, nonché interessi concreti. Chi va, per esempio, a dire a quelli che hanno una casa abusiva a ridosso del cratere del Vesuvio, o nella zona di colata, che sarebbe meglio traslocare? E chi paga? Come si gestisce un caso del genere?

Nonostante questa complessità, la prevenzione si può fare. Ma richiede che preliminarmente e parallelamente si formi un'opinione pubblica consapevole. Da qui l'invito ad approfondire una materia che resta troppo poco nota. Chi vuol farlo più a fondo si rivolga all'Onu (iniziativa IDNDR), per informazioni generali. Chi desidera accedere al più ampio archivio del mondo che contiene cinquanta anni di ricerca sulle cose dette (viste nell'ottica delle scienze sociali ed economiche), si rivolga al Disaster Research Center della University of Delaware, Newark, Del., Stati Uniti.

" /> Politica di prevenzione e gestione delle catastrofi. Se ne parla solo quando queste capitano. Per lo più superficialmente e con semplificazioni imputative che evocano l'antica modalità del capro espiatorio, e poi nel dimenticatoio fino alla prossima. E' ora di, almeno, chiarire la complessità della prevenzione affinché si formi un'opinione pubblica più istruita in materia.

Per semplificare, lasciatemi ricorrere ad un esempio personale. Nel 1988 fui chiamato dall'allora Segretario Generale dell'Onu, Xavier Perez De Cuellar, a far parte del gruppo di esperti che doveva preparare un piano di politica globale di difesa dalle calamità naturali. Ero certo di poter proporre qualcosa di sensato. Avevo i dati dei danni economici prodotti dagli impatti catastrofici e una simulazione che mostrava robustamente l'ipotesi che spendendo, "prima", solo il 10% di quella cifra in forma di prevenzione se ne sarebbe risparmiato il 90%, "dopo". Ritenevo che una tale evidenza di razionalità economica avrebbe portato conseguenze risolutive, nelle singole nazioni, se fosse diventatata criterio di una politica "forte" dell'Onu. Mi mancava un dato importante. Lo chiesi a Frank Press, geofisico, presidente delle Accademia nazionale delle scienze negli Stati Uniti e coordinatore del gruppo multidisciplinare di esperti sopra detto. Gli chiesi: "ma abbiamo le conoscenze scientifiche e tecnologiche adeguate per certificare ragionevolmente che un dato investimento di prevenzione porti successivamente a un buon risultato di sicurezza?". Mi rispose che se ne sapeva abbastanza e che quello che mancava era una funzione lineare della quantità di soldi dedicata a ricerca futura. Ambedue, con gli altri, cominciammo il lavoro di valutazione convinti che la questione potesse essere inquadrata in modo razionale e lineare. Ma l'analisi approfondita della realtà diede un risultato esattamente opposto. La questione era tutto meno che inquadrabile linearmente e razionalmente. Esempi.

Mostrate ad un sindaco, sia americano che italiano o di altrove e che la sua città é esposta ad un rischio terrioriale elevato determinato nella fattispecie, ma relativamente indeterminato nei tempi di accadimento. La sua prima reazione sarà quella di opporsi a comunicare al pubblico il rischio. Cosa ne sarà del valore degli immobili? Chi verrà a fare turismo? Chi mi eleggerà? Almeno ditemi quando, esattamente. E il povero scienziato risponde che avverrà certamente l'evento, ma può solo prevedere un intervallo di anni, al 92% di probabilità, per dire. E il politico ha buon gioco a rispondere: "bene, tornate quando sarete più precisi. Io non scasso la mia carriera politica e l'economia della mia città per una previsione solo probabilistica, tra l'altro per un periodo così lontano".

E se una norma riesce ad imporglielo? In effetti succede dopo disastri eclatanti che fanno apprendere ad una comunità che é meglio prevenire. Ma, attenzione. Certamente dopo un terremoto é più probabile che parta una legislazione che riduca la vulnerabilità edilizia contro i sismi. E per le alluvioni? Non é detto. La lezione di apprendimento non necessariamente comporta un aumento della consapevolezza "sistemica" in merito al rischio. Prova visiva: una casa antisismica, costruita dopo il terremoto del 1976 in Friuli, sradicata da un'alluvione successiva, ma rimasta intatta come struttura. Quando la vidi, buttai via quella razionale simulazione detta sopra. Ed ebbi sempre più conferme della giustezza del gesto. Costa del Texas o Florida. Gli uragani ci passano sopra regolarmente spazzando le case di legno. Cosa fanno dopo? Riscostruiscono le case di legno. Perché non le fanno in cemento? L'abitudine culturale é di farle in legno (forse ci sono anche problemi di costo) e sarà difficile convincerli a fare diversamente.

Appunto, la questione della prevenzione é tutto meno che semplice, razionale e lineare. L'evoluzione scientifica mette in grado i governi di prevedere i rischi. Ma gli strumenti dei governi stessi non sono ancora adeguati ad importare nel processo politico ed amministrativo la nuova conoscenza. Inoltre i (necessari) criteri probabilistici con sui si esprime una previsione scientifica non bastano ai requisiti di certezza richiesti dai politici per compiere decisioni. Esempio, pensate al politico che deve decidere di evacuare centomila persone in poche ore perché lo scienziato gli ha detto che al 90%, lì, capiterà una sberla sismica. Successe a Giuseppe Zamberletti qualche anno fa: diede l'ordine di evacuazione, la cosa non capitò per fortuna degli abitanti della Garfagnana. Ma quale politico se la sente di fare errori in un senso o nell'altro? E il meccanismo preventivo trova un blocco. E' ovvio che siano da costruire dei nuovi protocolli di relazione, ed operativi, tra scienza della prevenzione e sistema delle decisioni politiche. Come é ovvio che i secondi possano evolvere solo a condizione che trovino consenso nella società. Che va educata. Ma il farlo implica toccare sistemi culturali e situazioni sociali non facilmente modificabili, nonché interessi concreti. Chi va, per esempio, a dire a quelli che hanno una casa abusiva a ridosso del cratere del Vesuvio, o nella zona di colata, che sarebbe meglio traslocare? E chi paga? Come si gestisce un caso del genere?

Nonostante questa complessità, la prevenzione si può fare. Ma richiede che preliminarmente e parallelamente si formi un'opinione pubblica consapevole. Da qui l'invito ad approfondire una materia che resta troppo poco nota. Chi vuol farlo più a fondo si rivolga all'Onu (iniziativa IDNDR), per informazioni generali. Chi desidera accedere al più ampio archivio del mondo che contiene cinquanta anni di ricerca sulle cose dette (viste nell'ottica delle scienze sociali ed economiche), si rivolga al Disaster Research Center della University of Delaware, Newark, Del., Stati Uniti.

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Per semplificare, lasciatemi ricorrere ad un esempio personale. Nel 1988 fui chiamato dall'allora Segretario Generale dell'Onu, Xavier Perez De Cuellar, a far parte del gruppo di esperti che doveva preparare un piano di politica globale di difesa dalle calamità naturali. Ero certo di poter proporre qualcosa di sensato. Avevo i dati dei danni economici prodotti dagli impatti catastrofici e una simulazione che mostrava robustamente l'ipotesi che spendendo, "prima", solo il 10% di quella cifra in forma di prevenzione se ne sarebbe risparmiato il 90%, "dopo". Ritenevo che una tale evidenza di razionalità economica avrebbe portato conseguenze risolutive, nelle singole nazioni, se fosse diventatata criterio di una politica "forte" dell'Onu. Mi mancava un dato importante. Lo chiesi a Frank Press, geofisico, presidente delle Accademia nazionale delle scienze negli Stati Uniti e coordinatore del gruppo multidisciplinare di esperti sopra detto. Gli chiesi: "ma abbiamo le conoscenze scientifiche e tecnologiche adeguate per certificare ragionevolmente che un dato investimento di prevenzione porti successivamente a un buon risultato di sicurezza?". Mi rispose che se ne sapeva abbastanza e che quello che mancava era una funzione lineare della quantità di soldi dedicata a ricerca futura. Ambedue, con gli altri, cominciammo il lavoro di valutazione convinti che la questione potesse essere inquadrata in modo razionale e lineare. Ma l'analisi approfondita della realtà diede un risultato esattamente opposto. La questione era tutto meno che inquadrabile linearmente e razionalmente. Esempi.

Mostrate ad un sindaco, sia americano che italiano o di altrove e che la sua città é esposta ad un rischio terrioriale elevato determinato nella fattispecie, ma relativamente indeterminato nei tempi di accadimento. La sua prima reazione sarà quella di opporsi a comunicare al pubblico il rischio. Cosa ne sarà del valore degli immobili? Chi verrà a fare turismo? Chi mi eleggerà? Almeno ditemi quando, esattamente. E il povero scienziato risponde che avverrà certamente l'evento, ma può solo prevedere un intervallo di anni, al 92% di probabilità, per dire. E il politico ha buon gioco a rispondere: "bene, tornate quando sarete più precisi. Io non scasso la mia carriera politica e l'economia della mia città per una previsione solo probabilistica, tra l'altro per un periodo così lontano".

E se una norma riesce ad imporglielo? In effetti succede dopo disastri eclatanti che fanno apprendere ad una comunità che é meglio prevenire. Ma, attenzione. Certamente dopo un terremoto é più probabile che parta una legislazione che riduca la vulnerabilità edilizia contro i sismi. E per le alluvioni? Non é detto. La lezione di apprendimento non necessariamente comporta un aumento della consapevolezza "sistemica" in merito al rischio. Prova visiva: una casa antisismica, costruita dopo il terremoto del 1976 in Friuli, sradicata da un'alluvione successiva, ma rimasta intatta come struttura. Quando la vidi, buttai via quella razionale simulazione detta sopra. Ed ebbi sempre più conferme della giustezza del gesto. Costa del Texas o Florida. Gli uragani ci passano sopra regolarmente spazzando le case di legno. Cosa fanno dopo? Riscostruiscono le case di legno. Perché non le fanno in cemento? L'abitudine culturale é di farle in legno (forse ci sono anche problemi di costo) e sarà difficile convincerli a fare diversamente.

Appunto, la questione della prevenzione é tutto meno che semplice, razionale e lineare. L'evoluzione scientifica mette in grado i governi di prevedere i rischi. Ma gli strumenti dei governi stessi non sono ancora adeguati ad importare nel processo politico ed amministrativo la nuova conoscenza. Inoltre i (necessari) criteri probabilistici con sui si esprime una previsione scientifica non bastano ai requisiti di certezza richiesti dai politici per compiere decisioni. Esempio, pensate al politico che deve decidere di evacuare centomila persone in poche ore perché lo scienziato gli ha detto che al 90%, lì, capiterà una sberla sismica. Successe a Giuseppe Zamberletti qualche anno fa: diede l'ordine di evacuazione, la cosa non capitò per fortuna degli abitanti della Garfagnana. Ma quale politico se la sente di fare errori in un senso o nell'altro? E il meccanismo preventivo trova un blocco. E' ovvio che siano da costruire dei nuovi protocolli di relazione, ed operativi, tra scienza della prevenzione e sistema delle decisioni politiche. Come é ovvio che i secondi possano evolvere solo a condizione che trovino consenso nella società. Che va educata. Ma il farlo implica toccare sistemi culturali e situazioni sociali non facilmente modificabili, nonché interessi concreti. Chi va, per esempio, a dire a quelli che hanno una casa abusiva a ridosso del cratere del Vesuvio, o nella zona di colata, che sarebbe meglio traslocare? E chi paga? Come si gestisce un caso del genere?

Nonostante questa complessità, la prevenzione si può fare. Ma richiede che preliminarmente e parallelamente si formi un'opinione pubblica consapevole. Da qui l'invito ad approfondire una materia che resta troppo poco nota. Chi vuol farlo più a fondo si rivolga all'Onu (iniziativa IDNDR), per informazioni generali. Chi desidera accedere al più ampio archivio del mondo che contiene cinquanta anni di ricerca sulle cose dette (viste nell'ottica delle scienze sociali ed economiche), si rivolga al Disaster Research Center della University of Delaware, Newark, Del., Stati Uniti.

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1998-5-7

7/5/1998

Catastrofi: una volta tanto parliamone sobriamente

Politica di prevenzione e gestione delle catastrofi. Se ne parla solo quando queste capitano. Per lo più superficialmente e con semplificazioni imputative che evocano l'antica modalità del capro espiatorio, e poi nel dimenticatoio fino alla prossima. E' ora di, almeno, chiarire la complessità della prevenzione affinché si formi un'opinione pubblica più istruita in materia.

Per semplificare, lasciatemi ricorrere ad un esempio personale. Nel 1988 fui chiamato dall'allora Segretario Generale dell'Onu, Xavier Perez De Cuellar, a far parte del gruppo di esperti che doveva preparare un piano di politica globale di difesa dalle calamità naturali. Ero certo di poter proporre qualcosa di sensato. Avevo i dati dei danni economici prodotti dagli impatti catastrofici e una simulazione che mostrava robustamente l'ipotesi che spendendo, "prima", solo il 10% di quella cifra in forma di prevenzione se ne sarebbe risparmiato il 90%, "dopo". Ritenevo che una tale evidenza di razionalità economica avrebbe portato conseguenze risolutive, nelle singole nazioni, se fosse diventatata criterio di una politica "forte" dell'Onu. Mi mancava un dato importante. Lo chiesi a Frank Press, geofisico, presidente delle Accademia nazionale delle scienze negli Stati Uniti e coordinatore del gruppo multidisciplinare di esperti sopra detto. Gli chiesi: "ma abbiamo le conoscenze scientifiche e tecnologiche adeguate per certificare ragionevolmente che un dato investimento di prevenzione porti successivamente a un buon risultato di sicurezza?". Mi rispose che se ne sapeva abbastanza e che quello che mancava era una funzione lineare della quantità di soldi dedicata a ricerca futura. Ambedue, con gli altri, cominciammo il lavoro di valutazione convinti che la questione potesse essere inquadrata in modo razionale e lineare. Ma l'analisi approfondita della realtà diede un risultato esattamente opposto. La questione era tutto meno che inquadrabile linearmente e razionalmente. Esempi.

Mostrate ad un sindaco, sia americano che italiano o di altrove e che la sua città é esposta ad un rischio terrioriale elevato determinato nella fattispecie, ma relativamente indeterminato nei tempi di accadimento. La sua prima reazione sarà quella di opporsi a comunicare al pubblico il rischio. Cosa ne sarà del valore degli immobili? Chi verrà a fare turismo? Chi mi eleggerà? Almeno ditemi quando, esattamente. E il povero scienziato risponde che avverrà certamente l'evento, ma può solo prevedere un intervallo di anni, al 92% di probabilità, per dire. E il politico ha buon gioco a rispondere: "bene, tornate quando sarete più precisi. Io non scasso la mia carriera politica e l'economia della mia città per una previsione solo probabilistica, tra l'altro per un periodo così lontano".

E se una norma riesce ad imporglielo? In effetti succede dopo disastri eclatanti che fanno apprendere ad una comunità che é meglio prevenire. Ma, attenzione. Certamente dopo un terremoto é più probabile che parta una legislazione che riduca la vulnerabilità edilizia contro i sismi. E per le alluvioni? Non é detto. La lezione di apprendimento non necessariamente comporta un aumento della consapevolezza "sistemica" in merito al rischio. Prova visiva: una casa antisismica, costruita dopo il terremoto del 1976 in Friuli, sradicata da un'alluvione successiva, ma rimasta intatta come struttura. Quando la vidi, buttai via quella razionale simulazione detta sopra. Ed ebbi sempre più conferme della giustezza del gesto. Costa del Texas o Florida. Gli uragani ci passano sopra regolarmente spazzando le case di legno. Cosa fanno dopo? Riscostruiscono le case di legno. Perché non le fanno in cemento? L'abitudine culturale é di farle in legno (forse ci sono anche problemi di costo) e sarà difficile convincerli a fare diversamente.

Appunto, la questione della prevenzione é tutto meno che semplice, razionale e lineare. L'evoluzione scientifica mette in grado i governi di prevedere i rischi. Ma gli strumenti dei governi stessi non sono ancora adeguati ad importare nel processo politico ed amministrativo la nuova conoscenza. Inoltre i (necessari) criteri probabilistici con sui si esprime una previsione scientifica non bastano ai requisiti di certezza richiesti dai politici per compiere decisioni. Esempio, pensate al politico che deve decidere di evacuare centomila persone in poche ore perché lo scienziato gli ha detto che al 90%, lì, capiterà una sberla sismica. Successe a Giuseppe Zamberletti qualche anno fa: diede l'ordine di evacuazione, la cosa non capitò per fortuna degli abitanti della Garfagnana. Ma quale politico se la sente di fare errori in un senso o nell'altro? E il meccanismo preventivo trova un blocco. E' ovvio che siano da costruire dei nuovi protocolli di relazione, ed operativi, tra scienza della prevenzione e sistema delle decisioni politiche. Come é ovvio che i secondi possano evolvere solo a condizione che trovino consenso nella società. Che va educata. Ma il farlo implica toccare sistemi culturali e situazioni sociali non facilmente modificabili, nonché interessi concreti. Chi va, per esempio, a dire a quelli che hanno una casa abusiva a ridosso del cratere del Vesuvio, o nella zona di colata, che sarebbe meglio traslocare? E chi paga? Come si gestisce un caso del genere?

Nonostante questa complessità, la prevenzione si può fare. Ma richiede che preliminarmente e parallelamente si formi un'opinione pubblica consapevole. Da qui l'invito ad approfondire una materia che resta troppo poco nota. Chi vuol farlo più a fondo si rivolga all'Onu (iniziativa IDNDR), per informazioni generali. Chi desidera accedere al più ampio archivio del mondo che contiene cinquanta anni di ricerca sulle cose dette (viste nell'ottica delle scienze sociali ed economiche), si rivolga al Disaster Research Center della University of Delaware, Newark, Del., Stati Uniti.

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