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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

1998-5-15

15/5/1998

Il gap tra mezzi e fini della politica estera americana

Speriamo che sia solo una "crisi di apprendimento". Perché é impressionante la velocità con cui si sta sciogliendo l'ordine mondiale basato sull'impegno regolativo da parte degli Stati Uniti. E ciò aumenta i focolai di instabilità. Il punto è che gli Stati Uniti sono e vogliono essere dappertutto nel pianeta per regolarlo secondo il loro modello d'ordine, ma non hanno più i mezzi per imporlo. Già da tempo c'é discussione accesa ed esplicita su questo punto nei think tank americani. E' molto indicativo il titolo di uno dei tanti studi sulla questione: "The Mayo Clinic, not the Emergency Room" (John Hillen, National Defense University, 1996). Significa che gli Stati Uniti non ce la fanno ad più operare come pronto soccorso planetario, ma dovrebbero attuare una medicina di gruppo coinvolgendo più paesi negli impegni terapeutici Ma l'Amministrazione Clinton non ha preso atto del crecente gap tra mezzi ed impegni. Anzi, ha aumentato i secondi mentre diminuivano i primi in relazione alla crescente complessità dello scenario da regolare. E adesso l'evidenza della realtà ha fatto scoppiare il bubbone.

In una sola settimana due impegni diretti degli Stati Uniti si sono dimostrati un bluff. Le esplosioni nucleari in India hanno sepolto l'iniziativa di contro-proliferazione il cui intento era quello di dissuadere la nascita di nuove potenze dotate di armi di distruzione di massa. I palestinesi uccisi dalla polizia israeliana dopo anni di impegno personale di Clinton, per chiudere la questione mediorentale, sono stati un segnale inequivocabile di fallimento. Questi segnali portano a rivisitare la consistenza del pilastro attuale della sicurezza internazionale: l'impegno statunitense a mantenere la capacità di gestire contemporaneamente due guerre di teatro (tipo quella dell'Irak, per capirsi). In realtà non si capisce come possa espletarlo concretamente visto che dai primi anni 90 ad oggi ha ridotto il suo potenziale militare operativo di circa il 50%. Rischia di apparire un bluff. Può funzionare se nessuno va a vederlo. Ma se qualcuno ci prova, come hanno fatto l'India, e più in piccolo Saddam Hussein un paio di mesi prima in materia proliferativa, si vede che Washingtono non ha in mano un poker, ma solo una semplice coppia. In sintesi, la credibilità sia dissuasiva che riassicurativa di Washington non é più sufficiente, nei fatti, a garantire la sicurezza internazionale.

Parallelamente ci sono nuovi dubbi anche al riguardo del sistema di regolazione politico-finanziaria globale ispirato dagli americani. Il problema é la condizionalità politica degli interventi di salvataggio finanziario attuati direttamente o tramite il Fondo monetario internazionale. Da una parte é corretto costringere i paesi disordinati a riformare le proprie regole economiche interne. Ma d'altra parte ciò implica un brutale cambiamento nel loro sistema politico interno. E non tutti i paesi sottoposti alla terapia intensiva riescono a regggerlo. Per esempio, l'obbligo di togliere i prezzi sovvenzionati in Indonesia ha causato un potenziale di ribellione sociale. E' ovvio che una tale misura avrebbe messo in difficoltà il regime di Suharto. Come é ovvio che la crisi finanziaria dell'Indonesia non si risolve fino a che il suo regime nepotista resta al potere. Nello scorso marzo l'ex candidato presidenziale democratico, Mondale, andò in visita a Giakarta. Washington smentì che lo scopo era quello di convincere Suharto ad andarsene. Ma successe qualcosa che convinse i militari locali a prepararsi a prendere il potere, o a influenzarlo. Partito Suharto per una visita in Egitto, qualcuno aizzò studenti e proletari alla sommossa. E così i miltari hanno avuto la scusa per schierare i carri a difesa, ma anche a controllo, del palazzo presidenziale. E' forte un sospetto di intrusione. Il problema non é tanto quello di mandar via Suharto, che é cosa sacrosanta. Il punto é che l'azione sembra fatta in modo frettoloso e, quindi, densa di ulteriori rischi. Non si può andare avanti a tenere un ordine mondiale con soluzioni d'emergenza, rabberciate. Ci vuole qualcosa di più, appunto una clinica dedicata alla prevenzione che si aggiunga e demoltiplichi il carico di lavoro nel pronto soccorso e ai suoi medici americani.

Come? In generale appare lampante che il potere regolativo americano, comunque forte ed insostituibile, deve riorganizzarsi entro sistemi multilaterali che aumentino la scala dei mezzi regolativi grazie al contributo di altri. Ed é chiaro che per Washington il dilemma sia che, se aumentano i "pares" (per esempio cooptando la Cina nel gruppo dei grandi o dando maggiori deleghe agli europei) sarà molto più difficile fare il "primus", con maggiori problemi nel perseguire il proprio interesse nazionale. E' comprensibile. Ma non lo é il fatto che la complessità di questo dilemma comporti il rimandarne la soluzione sperando che il bluff non venga fuori. Infatti si é svelato e il mondo intero si é risvegliato di colpo meno sicuro. Se Clinton non sa che pesci pigliare, almeno assuma Kissinger come consulente, che questo problema lo aveva già percepito chiaro ed urgente nel 1973. La questione oggi é la stessa di allora: come sostituire il modello di responsabilità unica (single management) degli Stati Uniti negli affari mondiali con uno di responsabilità allargata (collective management).

(c) 1998 Carlo Pelanda
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