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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

1998-11-5

5/11/1998

Perché israeliani e palestinesi dovrebbero mettersi d'accordo per avere ambedue più terra invece che contendersela l'uno contro l'altro

Sarebbe meglio che israeliani e palestinesi negoziassero segretamente tra loro e senza intermediari. Irrealismo? No. Lo hanno già fatto nel 1992. Un anno dopo Rabin e Arafat si strinsero la mano in pubblico. Il bilaterale, chiuso e riservato, portò con efficacia all'atto storico più importante: la decisione che comunque bisognava trovare un accordo. Gli sviluppi successivi, gestiti sotto il controllo diretto dall'intermediazione americana, non appaiono altrettanto fruttiferi. Vediamo.

L'accordo in atto, schematicamente, ha i seguenti obiettivo e metodo: (a) formazione nel lungo periodo di uno Stato palestinese nei territori di Gaza e di parte della Cisgiordania, a macchia di leopardo, e relativo ritiro progressivo degli israeliani da questi (accordo di Oslo); (b) cessione di terra ai palestinesi in cambio di sicurezza per Israele. Ma, in realtà, né l'uno né l'altro sono realizzabili. La maggioranza degli israeliani é favorevole al dialogo con i palestinesi per evitare intifade e guerre, ma é totalmente ostile (circa 2/3) alla formazione di uno Stato palestinese dentro e a ridosso del proprio. Non c'é il consenso e non ci sarà per molto tempo. L'altra parte, i palestinesi, ha accettato l'idea di uno Stato a macchia di leopardo per il semplice fatto che é meglio questo di niente. Tuttavia non gli va né su né giù. E ambedue hanno perfettamente ragione a non volere lo staterello a macchie. E difficilissimo negoziarlo (interminabili trattative per pochi centimetri di terra, conflitti ed attentati per l'accesso ad un simbolo religioso) e, qualora realizzato, sarebbe più un invivibile morbillo geopolitico che uno Stato territorialmente gestibile. Con contagio anche per la consistenza di quello israeliano. Infatti ambedue le parti tentano di barare. Netanyahu cerca di ritardare il più possibile, e di non applicare, le cessioni territoriali. I palestinesi premono costantemente ed aggressivamente per ottenere di più. E, più importante, fanno una fatica crescente a fornire sicurezza contro territorio in quanto vincolati dai molti che non vogliono (o non gli é comodo) rinunciare alla missione di distruggere totalmente Israele. Quando il negoziato si blocca per tali motivi, gli americani costringono le parti con le cattive a continuare il sentiero di accordo detto sopra. Che, per questa forzatura, diventa sempre più surreale ed impervio. Arafat e Netanayahu rinchiusi per nove notti a Wye River come scolaretti per poi tornare di fronte alle rispettive assemblee con soluzioni che suscitano un dissenso insuperabile. Washington é più interessata a dimostrarsi regista nel breve che risolutore nel lungo. Riesce comunque ad imporre singoli accordi e a fornire soluzioni acrobatiche a problemi contingenti (tipo la supervisione della Cia alla collaborazione antiterrorismo tra palestinesi ed israeliani), ma non a inquadrare in modo stabile il processo negoziale. Per questo motivo é più probabile che l'infattibilità di fondo dell'accordo complessivo riemergerà presto e più volte. E che la vulnerabilità dell'accordo di pace aumenterà ogni volta che si cercherà di realizzarne un passo ulteriore. Due alternative. Si va avanti così e si incrociano le dita o si pensa a qualcosa di radicalmente diverso.

Vediamo il secondo scenario. Qual é il punto essenziale di tutta la questione? Manca terra. Se si trovasse più terra per i palestinesi fuori da Israele, allora questi potrebbero farsi uno Stato serio e ridurre in buona parte la frizione di sovrapposizione territoriale con l'altro. Potrebbero ottenere il ritiro israeliano da alcuni luoghi per loro irrinunciabili, quali la periferia di Gerusalemme dove costruirne una tutta loro, terzo luogo santo dell'Islam. Due Gerusalemmi (al Quads al Sharif in arabo) contigue, ma capitali di due stati territorialmente ben separati e non mischiati. Sarebbe un affare per ambedue le parti. Ma dove si trova più terra? La Giordania hascemita - idea che stuzzicò Sharon tanti anni fa - non é toccabile al momento perché punto critico dello scacchiere mediorentale più direttamente rilevante per il petrolio. Resta il Sinai, in mani egiziane. E' un deserto, ma con una costa mediterranea ad alto potenziale geoeconomico e, soprattutto, spopolata. L'acqua e i soldi si potrebbero trovare per accogliere i palestinesi che eventualmente lasciassero la Cisgiordania e le strapiene baracche di Gaza, linearmente contigua al Sinai costiero stesso. L'Egitto ne mollerebbe un pezzo per donarlo allo Stato palestinese? Di sua volontà no. Solo gli americani potrebbero chiederglielo, ma non hanno interesse a muovere un vespaio del genere.

Tuttavia, se i vertici Israeliani e palestinesi si mettessere riservatamente d'accordo su tale ipotesi - o altra del tipo- senza alcun intermediario e se, trovata una soluzione, premessero congiuntamente per ottenerla, con il supporto di un buon marketing morale via Cnn, chi potrebbe dire loro di no? Sembrava fantapolitica anche il solo pensare che un giorno Arafat e Rabin si sarebbero stretti la mano. E dopo le comuni umiliazioni e forzature subite a Wye River non é da escludere che qualcuno, in ambedue le diaspore, cominci a pensare che sia ora di fare geopolitica sul serio, che da sempre si decide sottobanco. Altro che cedere terra in cambio di sicurezza o macchie di leopardo. Più terra a te, più terra a me.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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