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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

1998-3-5

5/3/1998

Proverbi e stranezze come fonti del nuovo ordine mondiale

Come si fa a costruire un ordine mondiale? Semplice, basta prenderlo in giro.

Prima di spiegarvi questa "stranezza" é necessario, tuttavia, rendere "non-strana" l'attenzione sulla cronanca di questi giorni al riguardo di un problema così apparentemente remoto come l'ordine mondiale. Risulta sempre più evidente che il sistema economico globale sia esposto ad una ondata di incertezza che non é compensabile con misure normali di riordinamento, cioé "presente su presente". La strana incertezza di Greenspan nel dichiarare equiprobabili due scenari contrapposti di salute o malattia del sistema mondiale, se volete, ne sono una prova. Altra sua stranezza è stata quella di anticipare una catastrofe (sequenza di svalutazioni competitive, tutti contro tutti, a partire dall'Asia?). L'élite finanziaria statunitense considera strano Greenspan. Io gli darei più credito e registrerei il fatto che non vede - appunto - modi "presente su presente" di regolazione planetaria via feed-back, cioé di retro-azione a partire da un ordine esistente. Perché non c'è più. La cosa va presa come invito urgente a (ri)pensare il mondo. Come globalian di cultura triestina mi sembra spiritoso innescare questa riflessione ricorrendo ad un modo "strano" per raccomandare la (riflessione sulla) generazione di politiche di chronomanagement e feed-forward, cioé di gestione del tempo e di regolazione del presente attraverso il futuro.

Presa in giro. Mi sono sempre divertito a basare i miei pensierini economici sul completamento semantico di un proverbio: il tempo é denaro. Suonando troppo breve e tronco (aperto) mi é venuto spontaneo "chiuderlo" in una forma più armonica: "il tempo é denaro e il denaro é il tempo". Non priva di significato, per me. Dietro c'è tutto un complesso di teorie non-strane che collegano i due termini, tempo e denaro. Complicatissimo. Per esempio, la teoria delle aspettative economiche ed il conflitto tra la sua variante keynesiana e la teoria monetarista neo-classica combinata con quella delle scelte razionali. E allora? Poiché il punto (non-strano, cioé realistico) essenzialmente significativo é il collegamento tra tempo e denaro, per rappresentarlo in modo efficiente e non dispersivo si può ricorrere ad uno strumento linguistico che sia allo stesso semplice, brevità della stringa semantica, e chiudente su se stesso il proprio significato, per esaltare il punto essenziale. E se c'é un modo strano migliore di un altro non-strano per ottenere il massimo di semplicità, perché non farlo? Prima di accusarmi di astrusità neoconvenzionale, riflettete su questa frase importante di A.J. Wheeler: "possiamo essere certi che cominceremo a capire quanto é semplice l'universo quando riconosceremo quanto é strano". Sostituite alla parola universo qualsiasi oggetto che vi interessi, l'economia, la moglie, la vita, ecc. e otterrete una grande strategia metodologica di semplificazione. Ma è una presa in giro, potreste sbottare. Certo. Si tratta di circondare la complessità non-strana dell'economia globale (e del suo problema di ordine) con un linguaggio che la descriva nel modo più semplice possibile esaltandone il punto essenziale. E questo serve ad evitare la trappola della sensazione di troppa complessità dell'oggetto e di conseguente infattibilità delle soluzioni. La presa in giro serve a cambiare quadri mentali che ritengono intrattabile il mondo solo perché lo vedono troppo grande in relazione alle unità di analisi che usano di solito. La stranezza serve a scuotere l'abitudine e a far vedere che in realtà il mondo é piccolo, a proposito di proverbi.

E infatti il suo problema di stabilità finanziaria ed economica non deriva tanto dal fatto che é intrinsecamente troppo grande o complesso di per sè, ma da quello che sono troppo piccole le fonti di ordinamento e regolazione che hanno funzionato nei decenni scorsi. Per esempio, gli Stati Uniti ed il dollaro non riusciranno più a stabilizzare con loro politiche regolatrici l'economia planetaria. Ed è ovvio. Meno ovvia é la semplicità della soluzione. Bisogna ancorare ad un ordine futuro la possibilità di dare stabilità al presente. Appunto una riforma del tempo (cioé delle architetture politiche internazionali) ed il suo uso come fattore di feed-forward per evitare che il sistema mondiale, nel presente, entri in fibrillazione.

Quale scala di collaborazione tra entità ordinatrici é richiesta per ottenere questo ancoraggio dal futuro del presente? Al minimo, Giappone, Unione Europea e Stati Uniti devono mettersi d'accordo ed operare come sistema comune, poi da estendere man mano alle potenze economiche emergenti quando matureranno. Due varianti: (a) solo coordinamento monetario; (b) formazione progressiva, in tanti decenni, di un mercato unico tra loro. La seconda alternativa é quella più forte e rassicurante. Ora sembra fantapolitica pensare che i tre si possano mettere d'accordo sul fatto di annunciare nel prossimo futuro una volontà comune in questa direzione. Ed é vero, cioé non-strano. Ma é solo questione, come detto sopra, di abitudini basate sul passato. La realtà sta velocemente mostrando (intanto in negativo, come percepito da Greenspan) che questa direzione é necessaria. Una qualche "stranezza" (per l'effetto detto sopra) potrebbe accelerare questa consapevolezza. E va cercata. Il punto é che l'annuncio della costruzione futura di un tale sistema, anche solo come volontà esplorativa, avrebbe l'effetto - oltre agli aspetti di regolazione tecnica immediatamente conseguenti- di organizzare il tempo/denaro del mercato in una forma più strutturata, stabilizzandolo in anticipo.

Perché sono relativamente ottimista su questa possibilità politica di chronomanagement globale? Nel 1996, in un symposium a Tokyo, mi capitò di proporre proprio queste cose (tra l'altro come soluzione dell'instabilità in Asia che si stava già percependo come grave). Le autorità giapponesi presenti, per esempio Toyoo Gyohten, reagirono con diplomatico e benevolo interesse, ma con in testa un altra strategia. Quella di regionalizzare, con al centro il Giappone, la regolazione del sistema asiatico. Una sorta di orgoglio nazionalista. Pochi giorni fa, Eisuke Sakakibara (detto Mr. Yen) ha rinunciato all'idea di blocco regionale, tra l'altro polemicamente proposto agli inizi della crisi asiatica come alternativa diminuente all'intervento del Fmi, e raccomandato con senso d'urgenza, sorpresa, la nascita di un nuovo ordine finanziario basato su un accordo trilaterale. Il mio relativo ottimismo si ispira alla considerazione che se un giapponese di tale lignaggio ha cambiato in due anni la propria opinione, allora forse si può cominciare a parlare di cose indicibili nel senso comune di oggi. Bisogna avere fiducia nelle stranezze e semplicità della storia.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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