Per l’Italia, in particolare per le aziende del Nordest, il Mediterraneo è un mercato principale nonché la fonte primaria per le importazioni di energia. Pertanto contrastare la destabilizzazione in corso nell’area – Turchia, Siria, Egitto, Tunisia con rischi di contagio in Algeria - è un interesse nazionale primario. Con una complicazione. L’America – in base alla dottrina obamiana “Lead from Behind” (guidare da dietro), di fatto una ritirata - ha ridotto il tradizionale presidio diretto dell’area e cerca di esercitarlo in modi indiretti via mandati “proconsolari”, ma non trova nazioni capaci di applicarli con efficacia stabilizzante. Anche perché la Ue non esprime una posizione coerente per il Mediterraneo. La Germania ha interessi e presenze mercantili importanti nella regione, ma non vuole un ingaggio diretto dell’Europa per evitare i rischi ed i costi di una frizione diretta con l’area islamica. La Francia vorrebbe l’ingaggio diretto, lo attua nell’Africa francofona (Mali e dintorni), persegue un mandato proconsolare da parte dell’America, motivo per cui il Regno Unito sporadicamente la affianca per non lasciarle il monopolio di tale posizione, ma tende a compiere scelte non-stabilizzanti in base alla prevalenza di un interesse nazionale definito con residui dell’antico approccio imperiale-coloniale, cosa che la porta a mosse improvvisate (Libia) o ad alleanze ambigue (Qatar, sponsor mediatico, via Al Jazeera, e finanziario delle insurrezioni sunnite-islamiste in Tunisia, Siria ed Egitto). In sintesi, nell’area manca una forza stabilizzante. L’Italia sta attuando una politica estera nazionale molto accorta e realistica. Si presenta come “Honest Broker” (intermediario credibile) alle parti in lotta in una nazione, parlando con tutti, ma condizionando il proprio ingaggio ad un loro accordo, incentivandolo. Questo metodo sta funzionando bene con la Libia - l’Italia ne sta formando la nuova polizia e sta predisponendo un piano congiunto di investimenti, anche per salvare quelli storici delle nostre aziende - ma senza gli altri europei e l’America disattenta è evidente che la nostra sola forza nazionale non sia sufficiente. Comunque l’Italia ha mostrato il metodo giusto di stabilizzazione: non diventare parti dei conflitti interni, aiutare accordi tra le parti stesse ed incentivarli con proposte di accordi economici. Sarà difficile convincere la Francia ad essere meno nazionalista e la Germania ad ingaggiarsi. Quindi all’Italia resta solo la carta di convincere l’America a tornare, con un rafforzamento della Nato, nell’area.

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La Voce di Romagna

2013-7-9

9/7/2013

La priorità di stabilizzare il Mediterraneo

Per l’Italia, in particolare per le aziende del Nordest, il Mediterraneo è un mercato principale nonché la fonte primaria per le importazioni di energia. Pertanto contrastare la destabilizzazione in corso nell’area – Turchia, Siria, Egitto, Tunisia con rischi di contagio in Algeria - è un interesse nazionale primario. Con una complicazione. L’America – in base alla dottrina obamiana “Lead from Behind” (guidare da dietro), di fatto una ritirata - ha ridotto il tradizionale presidio diretto dell’area e cerca di esercitarlo in modi indiretti via mandati “proconsolari”, ma non trova nazioni capaci di applicarli con efficacia stabilizzante. Anche perché la Ue non esprime una posizione coerente per il Mediterraneo. La Germania ha interessi e presenze mercantili importanti nella regione, ma non vuole un ingaggio diretto dell’Europa per evitare i rischi ed i costi di una frizione diretta con l’area islamica. La Francia vorrebbe l’ingaggio diretto, lo attua nell’Africa francofona (Mali e dintorni), persegue un mandato proconsolare da parte dell’America, motivo per cui il Regno Unito sporadicamente la affianca per non lasciarle il monopolio di tale posizione, ma tende a compiere scelte non-stabilizzanti in base alla prevalenza di un interesse nazionale definito con residui dell’antico approccio imperiale-coloniale, cosa che la porta a mosse improvvisate (Libia) o ad alleanze ambigue (Qatar, sponsor mediatico, via Al Jazeera, e finanziario delle insurrezioni sunnite-islamiste in Tunisia, Siria ed Egitto). In sintesi, nell’area manca una forza stabilizzante. L’Italia sta attuando una politica estera nazionale molto accorta e realistica. Si presenta come “Honest Broker” (intermediario credibile) alle parti in lotta in una nazione, parlando con tutti, ma condizionando il proprio ingaggio ad un loro accordo, incentivandolo. Questo metodo sta funzionando bene con la Libia - l’Italia ne sta formando la nuova polizia e sta predisponendo un piano congiunto di investimenti, anche per salvare quelli storici delle nostre aziende - ma senza gli altri europei e l’America disattenta è evidente che la nostra sola forza nazionale non sia sufficiente. Comunque l’Italia ha mostrato il metodo giusto di stabilizzazione: non diventare parti dei conflitti interni, aiutare accordi tra le parti stesse ed incentivarli con proposte di accordi economici. Sarà difficile convincere la Francia ad essere meno nazionalista e la Germania ad ingaggiarsi. Quindi all’Italia resta solo la carta di convincere l’America a tornare, con un rafforzamento della Nato, nell’area.

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