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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2011-5-24

24/5/2011

E’ ora di ridurre il debito vendendo patrimonio

Il governo italiano sta subendo una pressione esterna – indiretta dal mercato e diretta dalla Ue – per portare il prima possibile il bilancio statale alla condizione di pareggio. Ciò serve a  rendere credibile che l’Italia potrà ripagare l’enorme debito (120% del Pil) nel futuro e nel frattempo pagarne gli interessi evitando ulteriori aumenti del debito stesso. Il governo non ha ancora precisato la cifra ed i tempi con cui tenterà di raggiungere la condizione di “deficit zero”, pur avendoli abbozzati nel piano inviato alla Ue per approvazione. Ma dovrà farlo presto perché l’incertezza in materia aumenterà il costo di rifinanziamento periodico del debito (emissione di nuovi titoli per ripagare quelli giunti a maturazione, per esempio i Bot) e renderà l’Italia più vulnerabile al contagio di eventuali insolvenze o ristrutturazioni del debito di Grecia ed altri. In sintesi, senza pareggio di bilancio l’Italia rischia guai gravissimi. Al momento, appare probabile  che entro il 2014 l’Italia dovrà azzerare il deficit, la Germania si è impegnata a farlo nel 2016. Se così, ciò significa che in tre anni bisognerà tagliare 45 miliardi di spesa. Tremonti fa filtrare che l’azione sarà fattibile. Certamente lo è. Ma non è chiaro se lo sarà tagliando spesa, aumentando il gettito via crescita dell’economia o incrementando le tasse, o via un mix di queste cose. O altro.         

L’agenzia di valutazione (rating) Standard & Poor’s non crede che un governo italiano sarà capace di raggiungere il pareggio di bilancio aumentando la crescita perché non vede abbastanza ordine politico che permetta le riforme utili a stimolarla. Per questo, venerdì scorso, ha anticipato una tendenza negativa al riguardo della sostenibilità del debito pur senza ancora declassarlo. Tremonti si è sentito colpito ingiustamente perché il suo sforzo di riequilibrio della finanza pubblica via tagli alla spesa è internazionalmente apprezzato. Vero. Ma è anche vera l’analisi dell’agenzia, così semplificabile: se non c’è crescita del Pil, attraverso riforme stimolative, il rigore da solo non basta a riequilibrare il bilancio ed a rendere sostenibile il debito. Da un lato, L’Italia ha un jolly di riserva: l’area di evasione fiscale è ancora molto elevata e se fosse ridotta le entrate aumenterebbero contribuendo parecchio al pareggio di bilancio senza bisogno di tagli traumatici. Infatti l’unica azione attiva di Tremonti dal 2008 è stata quella di aumentare la capacità di riscossione del fisco, il resto azione passiva, cioè tagli di bilancio senza cambiamenti di modello. D’altro lato, tale politica implica il lasciare le tasse ad alti livelli, tali in Italia da disincentivare nuovi investimenti nelle imprese e deprimere i consumi, e così pregiudicare la crescita. Infatti minima, proiettata verso la stagnazione  e, più a lungo termine, così insufficiente da far temere  la deindustrializzazione, già iniziata nel Nord. In conclusione, la politica del governo ci porterà a reggere il debito via riequilibrio di bilancio ottenuto con un mix di tagli e più polizia fiscale, ma manterrà il modello economico  troppo carico di tasse e vincoli che deprimono la crescita. Inaccettabile. C’è una soluzione dove si possa rafforzare la credibilità del nostro debito ed allo stesso tempo tagliare le tasse? Certo: abbattere una parte del debito vendendo patrimonio. Tale mossa sorprenderebbe in positivo il mercato, ridurrebbe il costo degli interessi debitori annui e permetterebbe la riduzione delle tasse pur perseguendo il rigore. Tremonti deve spiegarci perché non tenta questa azione salvifica, liberatoria.

PS Caro Esarcato, in particolare riminesi, Fregni non ve lo dirà, ma sta eroicamente cercando di creare a Rimini un evento di marineria competitiva. Un po’ perché è un ottimo velista e un po’ perché giustamente vede una tale iniziativa al servizio della crescita, un po’ sifolina recentemente, dell’area. Il problema è che rompe le balle a me, in quanto presidente di un gruppo finanziario, per cercare investitori. Potrei anche riuscirci, pur le tasse ed il redditometro del montanaro Tremonti avendo sterminato le speranze marinare in Italia. In particolare se l’evento riguardasse una gara tra barche a vela con duelli “due a due” tipo Coppa America, anche se con imbarcazioni più piccole, ben televisizzabile (i soldi maggiori arrivano da qui) con un formato tipo “Palio dell’Adriatico”, due tornei all’anno come in quello di Siena, con regole che permettono forte aggressività e innovazione tecnologica. Ma se manca un qualche imprenditore riminese, e Fregni mi ha detto che non ne ha trovati di disponibili dopo una chattata,  come diavolaccio riesco a convincere possibili investitori non-riminesi ad insediare a Rimini la società che gestisce l’evento? Infatti bisognerà creare uno spazio portuale e di servizi specifico, riservare un’area marina, studiare le infrastrutture di convergenza, avere la città a supporto, ecc.. Ci vuole almeno un imprenditore del luogo con capacità, mettendoci anche pochi soldi, che prenda l’impegno di guidare l’azione di business  con “genius loci”. Il bravo e rispettoso Fregni mai vi confesserà la sua frustrazione nel non aver trovato finora un tale personaggio, solo attutita dall’entusiasmo dell’ottimo club nautico locale nei confronti dell’idea, per rispetto alla comunità che serve come giornalista. Cosa che richiede di svolgere un solo ruolo e non due. Ma io posso senza problemi dire che se Rimini non tira fuori uno che tenti l’avventura sarà dichiarata comunità di sfigati. Parola di marinaio triestino, pur ora prigioniero nelle terranee Verona ed Atlanta, pronto alla sfida, ….il vento, gli oceani. CP          

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