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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2011-2-8

8/2/2011

Sì o no alla germanizzazione economica dell’Italia?

La posizione di “geopolitica economica” della Germania è chiara. Aiuterà gli altri Stati dell’Eurozona a rimanere nell’euro, sostenendone il rifinanziamento dei debiti pubblici, ma questi dovranno darsi un modello economico di rigore simile a quello tedesco. In particolare, Berlino ha messo in Costituzione il divieto di fare deficit nel bilancio pubblico annuale, dal 2016 a livello federale e dal 2020 su quello locale. La settimana scorsa ha fatto capire che vuole qualcosa di simile anche nelle 17 nazioni partecipanti alla moneta unica. Per l’Italia tale posizione tedesca è sia un problema sia un’opportunità.

L’opportunità è fornita da un vincolo esterno molto più stringente che darebbe alla disordinata politica italiana la possibilità di invocare la salvezza dell’euro contro i dissensi che ostacolano i tagli alla spesa pubblica. Perderebbe la, per altro poca, sovranità residua, ma in cambio riceverebbe un sostegno per gestire con minore affanno il suo enorme ed inabilitante debito ed una maggiore credibilità internazionale, utile agli investimenti esteri ed al ciclo del capitale finanziario, grazie all’annessione nello spazio economico tedesco. Il problema, oltre all’annessione economica, è che l’Italia correrebbe un serio di rischio di deflazione del mercato interno da pregiudicarne strutturalmente la capacità di crescita. I principali parametri tedeschi, infatti sarebbero: (a) in tot anni arrivare al pareggio di bilancio, cosa che significa tagliare almeno 45 miliardi (circa il 3% del Pil) di spesa strutturale; (b) riportare in un certo tempo il debito pubblico verso la soglia di non più  del 60% del Pil, mentre quello italiano – quasi 1800 miliardi - oggi viaggia verso il 120% del Pil stesso. Se il tempo fosse di un decennio per dimezzare il debito dovremmo tagliarlo per circa 90 miliardi all’anno. Se fosse di 20 per circa 45. Se fosse di tre decenni per circa 30. Tali numeri andrebbero limati contando un aumento del Pil e l’effetto inflazione che riduce il peso percentuale del debito in relazione agli attivi. Ma in ogni caso sarebbero numeri non fattibili. In realtà, dopo l’eventuale adesione formale dell’Italia alle regole tedesche, la Germania non pretenderebbe certo il rispetto dei numeri detti in tempi brevi. Il pareggio di bilancio sarebbe messo a termine più remoto, la riduzione del debito sarebbe inserita in un’agenda più dolce, per esempio: un po’ di meno ogni anno costantemente in relazione al Pil, ma il prima possibile sotto il 100% del Pil. L’interesse prioritario della Germania è quello di evitare la competizione dell’industria manifatturiera italiana, quasi pari per potenza, strozzandone la competitività grazie alla moneta unica nonché quello di salvare le sue banche piene di titoli in eurodebito che crollerebbero se il debito italiano diventasse insolvente ed innescasse un effetto domino. Certamente la Germania sarà comprensiva con l’Italia. Ma  questa formula più elastica sulla riduzione del debito comporrebbe comunque un’agenda più stretta di tagli al deficit annuo in quanto un debito è consolidato implicitamente dal fatto che non aumenta. E ciò comporrebbe comunque almeno 45 miliardi di tagli strutturali alla spesa pubblica in poco tempo, un impatto durissimo. In teoria ciò sarebbe compensabile da più crescita. Ma restano due domande. Come si farà a stimolarla senza poter ridurre le tasse nello scenario di annessione economica alla Germania? E se l’Italia riuscisse con a trovare comunque un modo per crescere a boom, perché mai dovrebbe cedere la propria sovranità, cioè di fatto l’industria del Nord, alla Germania?

(c) 2011 Carlo Pelanda
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