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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2010-4-6

6/4/2010

La priorità della crescita

Il Fondo monetario internazionale rilascia periodicamente le previsioni degli andamenti economici delle nazioni e del mercato globale complessivo. Quelle sulla distanza di un anno, corrette ogni sei mesi in base ai dati correnti, tendono ad avere un buon grado di affidabilità. Nei giorni scorsi l’Fmi ha previsto che nel 2010 il Pil italiano crescerà dello 0,8%, quello tedesco poco più, quello americano di un “lento”, ma robusto, 3%, mentre la crescita globale, trainata da Cina ed India crescenti sul 10%, tornerà buona, sopra il 4%. Tali previsioni indicano che la ripresa in eurozona sta facendo fatica a sfruttare quella globale e che l’Italia sta crescendo troppo poco. C’è un problema europeo e, peggiore, italiano che dobbiamo capire e risolvere.
Il Pil italiano è sceso nel 2008 dell’1% e del 5% nel 2009. Dopo una contrazione del genere ci vorrebbe un rimbalzo del 3% per parecchi anni allo scopo di riparare il sistema. Ma non sta avvenendo? Il modello economico italiano tende a fare poca crescita interna e molta trainata dall’export. Le importazioni di America ed Asia non hanno ancora ripreso i volumi pre-crisi, soprattutto la prima, e quindi le esportazioni italiane riprendono con certa lentezza. Anche perché molte di queste, meccanica a parte, riguardano il settore del lusso (moda, materiali di arredamento, ecc.) che è stato molto colpito nel mondo durante la crisi 2008/09.  Inoltre, parecchi oggetti che esportiamo risentono molto del valore di cambio e l’euro alto le penalizza. In sintesi, con questi dati, dovremo aspettare almeno fino al 2012 per tornare ad una crescita decente, che però in Italia tenderà a restare sotto il 2,5% nel migliore dei casi. Ciò significa che il riassorbimento della disoccupazione (attorno all’8% ed in crescita) sarà lento ed incompleto. Il gettito fiscale sarà mediocre e ciò toglierà spazio alla riduzione delle tasse, pur prevedendo ulteriori tagli alla spesa pubblica. Il rialzo dei tassi dopo la crisi, per contenere il ritorno dell’inflazione tipicamente portata dalla crescita, aumenterà il costo degli interessi del debito pubblico e dei mutui privati. Ciò peggiorerà le cose. In sintesi, da un lato la ripresa c’è e continuerà, dall’altro sarà più simile ad un stagnazione.  Se così – ed è probabile - ci vorranno anni per recuperare la ricchezza nazionale persa nella crisi. Non va bene, è uno scenario pericoloso. Cosa si può fare, a breve-medio, per migliorarlo? Svalutare l’euro sarebbe la mossa più efficace per dare leva all’export. Ma la Germania, le cui esportazioni risentono meno del valore di cambio, non lo permetterà (paradossalmente  la crisi greca che deprime l’euro ci sta aiutando). Resta solo una mossa: modificare alcuni aspetti del modello politico allo scopo di fare più crescita interna. Va detto, per inciso, che il fattore principale di crescita grezza dell’economia è quello demografico. Su questo non potremo contare, anche se un miglior utilizzo degli immigrati potrebbe aiutare. Un altro, potente, riguarda una forma del mercato che riduca i costi alle imprese e quindi aumenti l’incentivo a crearle e a far crescere gli investimenti di quelle esistenti, che poi trainano l’occupazione e la ripresa dei redditi e quindi dei consumi. Sono cambiamenti politicamente difficili perché implicano più concorrenza e meno cartelli consociativi, meno protezioni sindacali e privilegi per i settori economici protetti. Ma sarebbero a costo zero sul piano della finanza pubblica e quindi fattibili rispettando i vincoli di bilancio. Saprà la politica farli?

(c) 2010 Carlo Pelanda
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