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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2009-5-5

5/5/2009

Ora il federalismo fiscale va specificato

Il Parlamento ha approvato, in forma di Legge quadro, cioè di indirizzo generale ancora da riempire con norme dettagliate, il “federalismo fiscale”. Il processo di specificazione e di applicazione progressiva durerà parecchi anni, fino al 2016. Forse per questa lunghezza temporale parecchi osservatori politici ritengono che, in realtà, la riforma non sarà mai fatta e che sia stata approvata nella formula generica detta solo per tener buona la Lega. Difficile valutarlo ora, ma ritengo che la necessità di completare il decentramento amministrativo – già in buona parte applicato in base al Titolo V° della Costituzione  - caricandolo di autonomia fiscale possa ricevere un ampio consenso perché riforma di evidente utilità generale. Quindi è probabile che  si farà. Ma i dettagli sono importanti e la Legge quadro lascia ancora molto spazio per orientarli verso un senso o l’altro. Cominciamo a chiederci quale sia il migliore.

Dal punto di vista (macro)economico la domanda chiave è se sarà permessa a Comuni e Regioni la concorrenza fiscale o meno, e se sì quanta? Secondo me lo dovrebbe e, pur entro limiti, in quantità sostanziali. I vantaggi della concorrenza territoriale, infatti, sono molteplici. Le aree svantaggiate avranno uno strumento per attrarre investimenti. Sottoposti alla concorrenza, gli enti locali non potranno sprecare denari fiscali perché gli amministratori sarebbero più chiaramente responsabili del loro impiego. Infatti la preoccupazione di molti che l’autonomia amministrativa combinata con facoltà impositive comporti un aumento complessivo dei costi nel settore pubblico trova soluzione creando la concorrenza fiscale tra città e aree regionali. Un Comune spende  troppo e male? Un altro Comune più efficiente, quindi capace di maggiore detassazione locale competitiva, gli porterà via il business. Il Sindaco del primo qualche problema elettorale lo avrà. Così una Regione. In sintesi, il federalismo fiscale può avere il doppio beneficio di stimolare lo sviluppo e contenere gli sprechi, ma a patto che sia ammessa una sostanziale concorrenza fiscale tra luoghi. E tale “dettaglio” non è ancora ben specificato. In generale, il modello migliore sarebbe quello in cui Comuni e Regioni si finanzino completamente con tasse locali modulabili dai loro governi. Alla fine, un cittadino pagherebbe un tot di tassa comunale/provinciale, un tot di regionale ed un tot per le spese generali dello Stato nazionale con la possibilità dei primi due livelli di variare al ribasso i carichi fiscali. Tale modello deve essere ancora specificato. Si potrà prevedere la copertura fiscale completa dei fabbisogni con tassazione altrettanto locale? Al momento è previsto un contributo delle aree più ricche a quelle più povere. Ciò è sensato. Ma la riforma non avrebbe senso ed effetto positivo se tale meccanismo durasse per sempre, ed il punto non è chiaro nella legislazione, perché replicherebbe l’attuale assistenzialismo devastante sia per il Sud sia per il Nord. Pertanto la riforma dovrebbe prevedere un parallelo piano di progressiva autosufficienza delle aree finora assistite, anche valutando lo scambio tra finanziamento assistenziale e facoltà di maggiore detassazione competitiva. Per capirci, sarebbe più sano ed efficace se il Sud attirasse investimenti via detassazione piuttosto che mantenere i contributi assistenziali che compensano la mancanza di sviluppo. Per il Nord tale concorrenza fiscale sarebbe bilanciata dalla possibilità  di usare più risorse da investire in casa propria. Speriamo che la riforma vada nelle direzioni dette o se non sarà solo un inutile giro di carte.

(c) 2009 Carlo Pelanda
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