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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2009-2-3

3/2/2009

La trappola del debito

C’è tensione tra chi chiede di liberare più risorse anticrisi e il governo, in particolare Tremonti, che tiene chiusi i cordoni della borsa. Chi ha ragione?

Se il governo deliberasse maggiori stimoli economici in deficit per attutire la recessione incrementerebbe il debito ed il costo del rifinanziamento del debito stesso. Il mercato scommetterebbe su uno “scenario argentino” (insolvenza). E per questo ha ragione Tremonti. Ma senza stimolazioni adeguate l’impatto della crisi sarà più pesante. Infatti il Fondo monetario  prevede che l’Italia resterà in recessione anche nel 2010 mentre gli altri Paesi – stima ad oggi – cominceranno ad uscirne. Se sarà così, il rapporto tra Pil e debito peggiorerà, puntando ad oltre il 110% dal 105 odierno. Il saldo dei conti pubblici andrà in rosso in quanto la minor crescita implica meno gettito (già visibile). Con meno crescita la credibilità sul fatto che l’Italia possa sostenere e ripagare in prospettiva il debito diventerà minore perché il deficit stesso comunque aumenterà. Il mercato avrà più motivi per temere lo “scenario argentino” che oggi Tremonti vorrebbe evitare contenendo il deficit a qualsiasi costo. In sintesi: se sfondiamo il deficit avremo una crisi del debito entro pochi mesi, se teniamo i conti a posto o quasi avremo un crisi del debito tra un anno o poco più. Pertanto potremmo concludere che Tremonti ha sia ragione sia torto.

Probabilmente il ministro si è accorto della trappola. Infatti ha cominciato a parlare di riforma del welfare e delle pensioni da intendersi come strumento per ridurre i costi dello Stato nel lungo termine. Tale riduzione aumenterebbe la percezione di solidità del debito già ora. Ma ha già ricevuto reazioni negative, per esempio quella di Sacconi, ministro, appunto, del welfare. E ciò lascia intendere che la maggioranza non sarebbe coesa nel tentare riforme percepite come riduzione delle garanzie – anche se non è vero -  da parte dell’elettorato, l’opposizione monterebbe una campagna di demonizzazione. In sintesi, tentare riforme strutturali, pur buone, in momenti di forte ansietà sociale non sembra fattibile. Se la crisi durasse poco, il problema sarebbe minore. Se dura due anni, con un seguito di rimbalzo lento, il problema c’è, enorme. E pare sia questo lo scenario più probabile, al momento. Ma non ci sono soluzioni nazionali né possiamo aiutarci troppo aiuto dall’esterno. Cosa potremmo pensare, allora? Provo a schematizzarne una soluzione nazionale, ma con supporto europeo, senza pretesa, ma con il solo scopo di attivare la riflessione. Se fossi al governo tenterei due azioni fortissime e combinate: (a) impacchettamento di 200 miliardi di patrimonio pubblico da mettere in vendita nei prossimi 30 anni, emissione immediata -  pur a tranche - di un’obbligazione basata su tutto questo valore, meno il premio, e impiego della cifra ricavata per cancellare parte equivalente del debito; (b) a seguito di questa megacartolarizzazione evolutiva, che comunque produrrebbe un risparmio, circa, del 10% annuo sulla spesa per interessi, oggi tra i 60 e 70 miliardi, andrei in deficit per tagliare sostanzialmente le tasse sulle imprese  e sui redditi da lavoro oltre a varare un programma biennale di investimenti pubblici anticrisi. Per riuscirci sarebbe necessaria una (retro)garanzia della Ue (e Bce) sia sull’operazione patrimonio/debito sia per la certificazione di un piano di rientro dal deficit a cinque anni. E’ un’idea, probabilmente ce ne saranno di migliori, ma è ora di tirarle fuori.

(c) 2009 Carlo Pelanda
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