Tempo di elezioni amministrative. E' un buon momento per chiarire quali siano i nuovi compiti, e problemi, della politica locale.

La globalizzazione mette in concorrenza ogni territorio con tutti gli altri del pianeta per attrarre capitale (ricchezza finanziaria, attività produttive, flussi turistici, ecc.) nel proprio luogo ed evitare che quello che c'é se ne voli via. La cosa nuova non é tanto il contenuto di questa missione, quanto la crescente complessità delle azioni richieste per svolgerla con successo. Questa dipende dal fatto che il capitale é diventato libero di scegliere in quali territori andare. Ed é ovvio che si muova verso quelli dove ci sia il maggior profitto. La conseguenza é che ogni luogo si trova esposto ad una maggiore competizione per attrarre il capitale ed alla necessità di dover valutare il proprio vantaggio competitivo e, dove non c'é, di rimediare velocemente per non svuotarsi di ricchezza e lavoro.

Abbiamo dei parametri di competitività? Certo. Il principale é costituio dalle tasse. E' chiaro che un investitore libero di scegliere non va nei luoghi dove i carichi fiscali sono troppo alti. Ma non basta la sola competitività fiscale. Se, per esempio, pago poche tasse, ma non ho strade, mi trovo esposto al rischio del banditismo e non c'é un ospedale nei dintorni, é chiaro che non sarò incentivato ad investire in quel luogo. Ci vogliono, quindi, anche la sicurezza e la modernità infrastrutturale e dei servizi.

Mettiamoci, con quanto detto in mente, nei panni di un amministratore locale medio in Italia. Se é un sindaco, o un presidente di regione, non ha la facoltà di trattenere una quota delle tasse per reinvestirla nel proprio territorio né tantomeno quella di abbassarle per fare concorrenza attrattiva ad un altro luogo. Deve mandare le tasse a Roma ed aspettare che una parte ritorni indietro, ma in quantità decisa centralmente, spesso inferiore di molto al gettito generato localmente (di fatto una perdita di ricchezza del luogo specifico). E senza autonomia finanziaria non si capisce come un politico locale possa svolgere la missione di riforma competitiva della propria area di responsabilità. In generale, valutando il complesso dei poteri delle autorità locali, si nota subito che questi non sono sufficienti per lo svolgimento della missione concorrenziale. Per esempio, in Svizzera un Cantone ha la sovranità fiscale (solo il 10% del carico fiscale complessivo é prerogativa confederale, il resto può essere variabile sulla base di decisioni locali) e può perfino negoziare con un imprenditore una defiscalizzazione ad hoc per incentivarlo ad investire nel territorio. In Italia, invece, un sindaco, presidente di Provincia o di Regione, non ha neanche una minima parte di questa flessibilità e relativi strumenti di governo. E tale fatto sta diventando sempre più un danno alla concorrenzialità locale specifica. La globalizzazione non mette in competizione tra loro solo i "sistemi paese", ma soprattutto le unità territoriali subnazionali, città e aree regionali. La competitività va valutata a due livelli: (a) quella generale del "sistema paese" (fisco, stabilità politica, regole giudiziarie, posizione geoeconomica di fatto, ecc.); (b) quella specifica di un territorio, fatta di misure ad hoc sia di attrazione del capitale sia di qualificazione. I dati mostrano che il secondo livello é sempre più importante e che le nazioni tendono a dare sempre più flessibilità ai luoghi proprio per incrementare il potenziale concorrenziale complessivo (lo ha fatto perfino la supercentralista Francia). In altre parole, non é più sufficiente una strategia competitiva centralizzata a livello nazionale, ma é necessario sempre di più aumentare le attrattività specifiche dei singoli luoghi dando a questi l'autonomia reale per costruirsele. In Italia il primo livello di concorrenzialità é tra i più bassi del mondo e il secondo di fatto non esiste proprio per la mancanza di autonomia della politica locale. Ed infatti il paese comincia a soffrire.

In tempo di elezioni, queste note servono a ricordare sia a candidati che ad elettori la vera priorità del presente e futuro prossimo: riforma competitiva dei luoghi e mobilitazione per ottenere dal piano nazionale la massima capacità di autogoverno locale. E il punto non riguarda tanto una divisione astratta tra sinistra e destra quanto una più concreta tra passato e futuro.

"/> Tempo di elezioni amministrative. E' un buon momento per chiarire quali siano i nuovi compiti, e problemi, della politica locale.

La globalizzazione mette in concorrenza ogni territorio con tutti gli altri del pianeta per attrarre capitale (ricchezza finanziaria, attività produttive, flussi turistici, ecc.) nel proprio luogo ed evitare che quello che c'é se ne voli via. La cosa nuova non é tanto il contenuto di questa missione, quanto la crescente complessità delle azioni richieste per svolgerla con successo. Questa dipende dal fatto che il capitale é diventato libero di scegliere in quali territori andare. Ed é ovvio che si muova verso quelli dove ci sia il maggior profitto. La conseguenza é che ogni luogo si trova esposto ad una maggiore competizione per attrarre il capitale ed alla necessità di dover valutare il proprio vantaggio competitivo e, dove non c'é, di rimediare velocemente per non svuotarsi di ricchezza e lavoro.

Abbiamo dei parametri di competitività? Certo. Il principale é costituio dalle tasse. E' chiaro che un investitore libero di scegliere non va nei luoghi dove i carichi fiscali sono troppo alti. Ma non basta la sola competitività fiscale. Se, per esempio, pago poche tasse, ma non ho strade, mi trovo esposto al rischio del banditismo e non c'é un ospedale nei dintorni, é chiaro che non sarò incentivato ad investire in quel luogo. Ci vogliono, quindi, anche la sicurezza e la modernità infrastrutturale e dei servizi.

Mettiamoci, con quanto detto in mente, nei panni di un amministratore locale medio in Italia. Se é un sindaco, o un presidente di regione, non ha la facoltà di trattenere una quota delle tasse per reinvestirla nel proprio territorio né tantomeno quella di abbassarle per fare concorrenza attrattiva ad un altro luogo. Deve mandare le tasse a Roma ed aspettare che una parte ritorni indietro, ma in quantità decisa centralmente, spesso inferiore di molto al gettito generato localmente (di fatto una perdita di ricchezza del luogo specifico). E senza autonomia finanziaria non si capisce come un politico locale possa svolgere la missione di riforma competitiva della propria area di responsabilità. In generale, valutando il complesso dei poteri delle autorità locali, si nota subito che questi non sono sufficienti per lo svolgimento della missione concorrenziale. Per esempio, in Svizzera un Cantone ha la sovranità fiscale (solo il 10% del carico fiscale complessivo é prerogativa confederale, il resto può essere variabile sulla base di decisioni locali) e può perfino negoziare con un imprenditore una defiscalizzazione ad hoc per incentivarlo ad investire nel territorio. In Italia, invece, un sindaco, presidente di Provincia o di Regione, non ha neanche una minima parte di questa flessibilità e relativi strumenti di governo. E tale fatto sta diventando sempre più un danno alla concorrenzialità locale specifica. La globalizzazione non mette in competizione tra loro solo i "sistemi paese", ma soprattutto le unità territoriali subnazionali, città e aree regionali. La competitività va valutata a due livelli: (a) quella generale del "sistema paese" (fisco, stabilità politica, regole giudiziarie, posizione geoeconomica di fatto, ecc.); (b) quella specifica di un territorio, fatta di misure ad hoc sia di attrazione del capitale sia di qualificazione. I dati mostrano che il secondo livello é sempre più importante e che le nazioni tendono a dare sempre più flessibilità ai luoghi proprio per incrementare il potenziale concorrenziale complessivo (lo ha fatto perfino la supercentralista Francia). In altre parole, non é più sufficiente una strategia competitiva centralizzata a livello nazionale, ma é necessario sempre di più aumentare le attrattività specifiche dei singoli luoghi dando a questi l'autonomia reale per costruirsele. In Italia il primo livello di concorrenzialità é tra i più bassi del mondo e il secondo di fatto non esiste proprio per la mancanza di autonomia della politica locale. Ed infatti il paese comincia a soffrire.

In tempo di elezioni, queste note servono a ricordare sia a candidati che ad elettori la vera priorità del presente e futuro prossimo: riforma competitiva dei luoghi e mobilitazione per ottenere dal piano nazionale la massima capacità di autogoverno locale. E il punto non riguarda tanto una divisione astratta tra sinistra e destra quanto una più concreta tra passato e futuro.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

L' Arena

1998-5-29

29/5/1998

Per competere ci vuole più autogoverno locale

Tempo di elezioni amministrative. E' un buon momento per chiarire quali siano i nuovi compiti, e problemi, della politica locale.

La globalizzazione mette in concorrenza ogni territorio con tutti gli altri del pianeta per attrarre capitale (ricchezza finanziaria, attività produttive, flussi turistici, ecc.) nel proprio luogo ed evitare che quello che c'é se ne voli via. La cosa nuova non é tanto il contenuto di questa missione, quanto la crescente complessità delle azioni richieste per svolgerla con successo. Questa dipende dal fatto che il capitale é diventato libero di scegliere in quali territori andare. Ed é ovvio che si muova verso quelli dove ci sia il maggior profitto. La conseguenza é che ogni luogo si trova esposto ad una maggiore competizione per attrarre il capitale ed alla necessità di dover valutare il proprio vantaggio competitivo e, dove non c'é, di rimediare velocemente per non svuotarsi di ricchezza e lavoro.

Abbiamo dei parametri di competitività? Certo. Il principale é costituio dalle tasse. E' chiaro che un investitore libero di scegliere non va nei luoghi dove i carichi fiscali sono troppo alti. Ma non basta la sola competitività fiscale. Se, per esempio, pago poche tasse, ma non ho strade, mi trovo esposto al rischio del banditismo e non c'é un ospedale nei dintorni, é chiaro che non sarò incentivato ad investire in quel luogo. Ci vogliono, quindi, anche la sicurezza e la modernità infrastrutturale e dei servizi.

Mettiamoci, con quanto detto in mente, nei panni di un amministratore locale medio in Italia. Se é un sindaco, o un presidente di regione, non ha la facoltà di trattenere una quota delle tasse per reinvestirla nel proprio territorio né tantomeno quella di abbassarle per fare concorrenza attrattiva ad un altro luogo. Deve mandare le tasse a Roma ed aspettare che una parte ritorni indietro, ma in quantità decisa centralmente, spesso inferiore di molto al gettito generato localmente (di fatto una perdita di ricchezza del luogo specifico). E senza autonomia finanziaria non si capisce come un politico locale possa svolgere la missione di riforma competitiva della propria area di responsabilità. In generale, valutando il complesso dei poteri delle autorità locali, si nota subito che questi non sono sufficienti per lo svolgimento della missione concorrenziale. Per esempio, in Svizzera un Cantone ha la sovranità fiscale (solo il 10% del carico fiscale complessivo é prerogativa confederale, il resto può essere variabile sulla base di decisioni locali) e può perfino negoziare con un imprenditore una defiscalizzazione ad hoc per incentivarlo ad investire nel territorio. In Italia, invece, un sindaco, presidente di Provincia o di Regione, non ha neanche una minima parte di questa flessibilità e relativi strumenti di governo. E tale fatto sta diventando sempre più un danno alla concorrenzialità locale specifica. La globalizzazione non mette in competizione tra loro solo i "sistemi paese", ma soprattutto le unità territoriali subnazionali, città e aree regionali. La competitività va valutata a due livelli: (a) quella generale del "sistema paese" (fisco, stabilità politica, regole giudiziarie, posizione geoeconomica di fatto, ecc.); (b) quella specifica di un territorio, fatta di misure ad hoc sia di attrazione del capitale sia di qualificazione. I dati mostrano che il secondo livello é sempre più importante e che le nazioni tendono a dare sempre più flessibilità ai luoghi proprio per incrementare il potenziale concorrenziale complessivo (lo ha fatto perfino la supercentralista Francia). In altre parole, non é più sufficiente una strategia competitiva centralizzata a livello nazionale, ma é necessario sempre di più aumentare le attrattività specifiche dei singoli luoghi dando a questi l'autonomia reale per costruirsele. In Italia il primo livello di concorrenzialità é tra i più bassi del mondo e il secondo di fatto non esiste proprio per la mancanza di autonomia della politica locale. Ed infatti il paese comincia a soffrire.

In tempo di elezioni, queste note servono a ricordare sia a candidati che ad elettori la vera priorità del presente e futuro prossimo: riforma competitiva dei luoghi e mobilitazione per ottenere dal piano nazionale la massima capacità di autogoverno locale. E il punto non riguarda tanto una divisione astratta tra sinistra e destra quanto una più concreta tra passato e futuro.

(c) 1998 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli