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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2008-7-1

1/7/2008

La gravità della crisi economica dipenderà dalle scelte (geo)politiche

Cosa crea la crisi, quanto durerà e come e quando ne potremo uscire?  

 La crescita delle economie emergenti (Cina, India, Brasile, Russia, ecc.) incrementa la domanda globale di petrolio e cibo tendenzialmente oltre la capacità corrente di offerta e ciò mette in tensione il prezzo non tanto o solo per “speculazione”, ma proprio per il motivo strutturale detto. Ci sono complicazioni ulteriori di carattere generale, quali la debolezza del dollaro, o di livello nazionale, quali la sottocapitalizzazione delle famiglie in Italia per eccesso di costi fiscali e sistemici, il picco inflazionistico in Spagna ed Irlanda (5%), la crisi del mercato immobiliare negli Stati Uniti, ecc. Ma il fenomeno principale, appunto, è che per contenere l’inflazione bisognerà ridurre la crescita. Con una preoccupazione: la politica monetaria non riesce a ridurre i prezzi energetici e del cibo direttamente e presto, ma solo indirettamente e dopo un certo periodo in quanto creando recessioni o rallentamenti, alla fine, deprime la domanda e ciò a sua volta calma i prezzi. Questo vuol dire che abbiamo di fronte il rischio, soprattutto in America ed Europa, della combinazione tra un periodo di recessione ed inflazione crescente (stagflazione). Questo è il problema ed il motivo principale per cui le Borse occidentali, tirandosi dietro il resto globale, sono crollate: il mercato ha capito che le Banche centrali dovranno mandare in recessione il sistema come unica cura contro l’inflazione. Stabilita la tendenza recessiva bisogna ora capire se questa porterà  a spirali depressive oppure a crisi brevi seguite, dopo il riaggiustamento del mercato alle nuove condizioni, ad un nuovo periodo di crescita. Da quello che si coglie dai dati correnti la crisi non potrà essere tanto breve in quanto ci vorrà del tempo per far rientrare l’inflazione. Quanto? Nel caso migliore un anno. Ciò significa che le Borse, che di solito scontano con parecchi mesi di anticipo le tendenze di mercato, potranno riprendere l’ottimismo solo a fine anno o inizio del 2009 e che quindi abbiamo di fronte circa sei mesi di incertezza. Nel caso peggiore il dollaro precipita, il prezzo del petrolio schizza verso i 200 dollari al barile, tale aumento contagia tutto il sistema con inflazione crescente, il costo del denaro aumenta parecchio per contenerla e l’economia si trova sia in recessione sia in crisi di inflazione. Che poi, in Occidente, può diventare crisi strutturale in quanto i salariati che si vedono ridotto a metà il potere di acquisto pretendono aumenti in busta paga facendo saltare l’equilibrio complessivo dell’economia, la crisi dei consumi combinata con il costo dell’energia fa fallire aziende automobilistiche e compagnie aeree, ecc. Da qui poi c’è la spirale peggiorativa che può prolungare la crisi fino a farla diventare depressione decennale. Il rischio c’è. Cosa può determinare il caso migliore o quello peggiore? Le scelte politiche ed in particolare quelle relative al contenimento dell’inflazione ed alla calmierazione dei costi energetici. C’è un’idea su quali siano scelte giuste? C’è, per esempio: accordo internazionale sui cambi in modo da rialzare il dollaro; alleanza dei Paesi consumatori per premere su quelli produttori in modo da rendere graduale e non catastrofico l’aumento di petrolio e gas; ridurre la componente fiscale (mediamente il 50%) del prezzo dei carburanti al consumo in Europa; tornare capacità ai redditi famigliari erosi dall’inflazione tagliando le tasse e non alzando i salari, ecc. Ma i governi sono lenti e ancora scoordinati nel reagire allo scenario di crisi con le giuste scelte. Questo fatto e non la situazione di per sé crea l’incertezza. 

(c) 2008 Carlo Pelanda
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