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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2007-12-4

4/12/2007

La fine della finanza acrobatica

Il direttore generale della Banca d’Italia, Saccomanni, ha dichiarato alla stampa che potrebbe esserci il fallimento di due grandi banche globalizzate, una europea, e che il sistema della banche centrali si sta preparando ad assorbire il colpo. Il tema è stato oggetto di valutazione anche in sede di Commissione europea.  E’ utile precisare che non si tratta di banche italiane. Ma la possibilità di una crisi finanziaria globale, con uno dei suoi fuochi nell’eurozona, implica il pericolo di impatto sull’economia reale in termini di restrizioni del credito ed aumento del suo costo anche da noi, per contagio. E’ tipico, infatti, che una crisi finanziaria riduca il saggio di sviluppo, cioè porti verso una recessione. Per questo ci interessa capire cosa stia succedendo. 

Il problema. Alla fine del 2006 molti americani che avevano siglato un contratto di mutuo hanno iniziato a non pagare le rate mensili. Nel 2007 le insolvenze sono aumentate. Ma questi contratti ormai compromessi erano stati “cartolarizzati”, cioè impacchettati e venduti come prodotti finanziari sintetici. Il venditore ha rinunciato all’alto profitto, ma si è liberato dal rischio comunque con un buon guadagno ed immediato. Il compratore ha acquistato un prodotto ad elevata remunerazione (l’incasso delle rate di mutuo) confidando in un rischio controllabile di insolvenza. Anzi, ha comprato a “leva” facendo il seguente calcolo: il mutuo cartolarizzato mi rende – per dire – 10 all’anno, l’interesse sul debito acceso per l’acquisto del pacchetto mi costa – per dire – 6, quindi il profitto atteso solo muovendo un po’ di carta è ben 4. Inoltre molti di questi pacchetti sono stati inseriti in prodotti “strutturati”, cioè in un mix di diversi titoli a basso ed alto rischio in modo tale da bilanciare il secondo. Quando il soldo vero all’origine è venuto a mancare tali prodotti successivi (derivati) sono andati in crisi. Le banche non ne comprano più da altre né accettano di rifinanziarli perché non si fidano. E tale problema è globale perché la finanza derivata lo è altrettanto. Ora la crisi di fiducia si è estesa anche ai prodotti di finanza di buona qualità. Finora si pensava che il buco fosse di 100 miliardi di dollari, niente di catastrofico. Ma ora si teme che sia di ben 400 miliardi di euro, crescenti per l’effetto contagio. E ciò implica un problema: qualche banca dovrà denunciare perdite superiori ai mezzi propri nel 2007, cioè dichiarare fallimento. Quante? Da mesi si cerca di capirlo. Da un lato si sa che quasi tutte le banche internazionali di certa dimensione basavano il loro modello di affari su operazioni di finanza derivata. Dall’altro non è possibile che le autorità monetarie ed i governi lascino scoppiare una crisi bancaria generalizzata ed infatti non lo faranno. Ma l’entità del problema è tale da rischiare che qualcosa vada fuori controllo (come nel caso Northern Rock). Inoltre le banche centrali non possono lasciare impunito chi ha preso rischi troppo acrobatici e vogliono dare al sistema il segnale che d’ora in poi si volterà pagina. Forse questo è stato il senso della inusuale dichiarazione di Saccomanni: solo due banche e non, per dire, dieci, nessun impatto devastante per la crescita. Se è così, se poi verrà ricostruita le fiducia anche perché le banche adotteranno un modello d’affari con meno rischio, allora il costo per uscire dalla crisi sarà stato il minimo possibile. Per aiutare tale scenario ottimistico e considerando che è probabile una tendenza recessiva e deflazionistica per i motivi detti, la Bce dovrebbe ridurre i tassi e così rilassare la pressione sui mutui a tasso variabile e sul credito al consumo, europei ed italiani. Presto, per favore. 

(c) 2007 Carlo Pelanda
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