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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2007-10-30

30/10/2007

O cambiamo modello economico o è meglio dire ai figli di migrare

Ha fatto bene Mario Draghi, in un convegno alla fine della settimana scorsa, a puntare il dito contro un sistema che non solo offre poche opportunità di lavoro ai giovani, ma anche ne tiene troppo basse le remunerazioni “di ingresso”. Forse ha scelto questa distorsione tra le tante che affliggono il modello economico italiano per polemizzare implicitamente contro la nota accusa di Padoa Schioppa ai giovani di essere dei “bamboccioni”. Evidentemente non lo sono. Sono, invece, vittime come qui già argomentato in precedenza. Ma le recenti puntualizzazioni di Draghi impongono a noi genitori a capire in modo più approfondito l’assurdità di un modello politico-economico che deprime vita e speranze dei nostri figli invece di sostenerle.

In realtà nessuno ha disegnato intenzionalmente un sistema penalizzante contro i giovani. Le loro difficoltà di accesso al lavoro e trattamento salariale inadeguato sono conseguenze inintenzionali del più generale modello economico. L’eccesso di tasse e di rigidità del mercato del lavoro deprime gli investimenti sulle nuove attività imprenditoriali e per l’espansione di quelle esistenti, facendo mancare le opportunità occupazionali. Per questo i giovani trovano spazio nel mercato ai ritmi lenti del tasso di sostituzione della popolazione attiva (pensionamenti e rimpiazzi) e non a quelli veloci di un’economia crescente. In particolare, c’è un deficit di occupazioni qualificate perché non c’è un numero sufficiente di nuove aziende ad alta tecnologia e di servizi avanzati dove nel resto del mondo più evoluto si notano, tipicamente, salari più alti, anche quelli di ingresso. In Italia è aumentata la domanda di lavoro nel settore dei servizi, ma di basso e medio livello con trattamenti salariali compressi. In sintesi, il modello italiano non offre sufficienti opportunità di occupazione qualificata. Ed è un punto. Il secondo è che la struttura dei salari per il lavoro dipendente è calibrata su minimi che sono del tutto insufficienti a reggere il costo della vita. Tutti i salari sono troppo bassi e tale inadeguatezza si estende a quelli “di ingresso”. Nell’amministrazione pubblica il problema è che le assunzioni nel passato sono state fatte per motivi assistenzialistici e non pensando alla reale utilità. Pertanto ora ci sono troppi dipendenti e per riuscirli a pagare viene dato poco a ciascuno. Nel settore privato il salario percepito dal singolo è gravato da una tassazione eccessiva. Inoltre il sistema dei contratti nazionali lascia poco spazio alle singole aziende per alzare i salari (contrattazione di secondo livello) e non incentiva a farlo (tassazione dei premi). In sintesi, il modello creato negli anni ‘70 per garantire i lavoratori dipendenti tende a produrre la loro sottocapitalizzazione e sotto-occupazione. Poche opportunità qualificate e calibratura su minimi insufficienti dei salari sono i difetti di modello generale che mettono in difficoltà tutti i dipendenti e, in particolare, ritardano l’accesso al lavoro e la sua giusta remunerazione per i giovani. I genitori devono cominciare a riflettere sul fatto che per risolvere il problema non basterebbe qualche misura speciale per i giovani, ma è necessaria la modifica dell’intero modello generale: liberalizzazione e riduzione delle tasse sulle imprese per aumentare le opportunità, riduzione del prelievo fiscale in busta paga e libera contrattazione in ogni specifica azienda del salario più detassazione degli straordinari e premi di produzione. O così o è meglio dire ai figli di migrare.

(c) 2007 Carlo Pelanda
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