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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2007-4-17

17/4/2007

Dal bongo al bingo

L’immigrazione è una risorsa, ma solo a certe condizioni. La cultura politica italiana non riesce ad applicarle. Cerchiamo di capire il problema per risolverlo, almeno sul piano dei concetti guida.

Nei primi anni gli immigrati tendono a formare comunità di simili che mantengono le identità e gli stili originari per motivi comprensibili: reti amicali e di aiuto, lingua, ecc. E così si costruiscono dei ghetti o quartieri etnici. Il bravo governante, per prima cosa, dovrebbe evitare tale fenomeno perché foriero di conflitti e di ritardi nell’integrazione. Ma ciò non avviene perché la nostra cultura politica dominante ritiene disetico “assimilare” (attenti, parola demonizzata) lo straniero ed etico rispettare la sua cultura pretendendo che si integri con la nostra in base al principio generico di tolleranza (nostra). E’ un errore di superficialità, dove i valori non sono controllati dall’esame di realtà, che poi crea il problema di disadattamento. L’immigrato, se con desiderio di residenza permanente, deve essere messo velocemente in grado di parlare la lingua e di conoscere la storia e le istituzioni della comunità ospitante. Deve essere, in altre parole, “gestito” allo scopo di ridurre la sua diversità sul piano della competenza ad adottare gli stili adeguati all’Italia. La cultura politica corrente, invece, porta il rispetto della diversità fino al punto di non condizionarla ai requisiti di territorialità. E così nella nostra società si forma un grado di diversità superiore alla capacità di sostenerla perché non vogliamo dare il nostro codice ordinatore ai nuovi. Bisognerebbe, invece, darlo come istruzione di conformazione - che comunque mantiene la specificità culturale originaria di un soggetto -  investendo più risorse per la formazione individualizzata e rendendola condizionale: o mostri che sai vivere qui o vai. Se mostri che lo sai, allora ti facilito la presa di cittadinanza. E’ meglio, infatti, per la formazione della loro responsabilità, averli “cittadinati” che con status ambiguo. Ovviamente, il passaggio dal lassismo alla gestione assimilante, ed individualizzata, dell’immigrato ha un costo ed è per questo, oltre che per pensiero debole, che non si fa. Ma sarebbero soldi ben spesi. L’Italia è in stagnazione demografica ed i pochi figli riducono la crescita economica sistemica nonché il gettito fiscale prospettico. Quindi se l’Italia vuole restare nazione vitale deve importare popolazione, ma, appunto, assimilandola. La grande vitalità economica americana, per esempio, è dovuta alla continua grande immigrazione governata con metodo di integrazione condizionale. Si può fare anche da noi se si passa da visioni moralistiche a quelle realistiche. Più difficile, invece, è assimilare comunità di immigrati con forte identità religiosa ed etnica, quali gli islamici o i cinesi. In questo caso la soluzione è sistemica: ridurre la quantità di immigrazione più problematica attraverso controllo dei confini ed aumentare quella che lo è meno, anche incentivando quella più qualificata, per esempio europei orientali ben scolarizzati, africani istruiti nelle missioni cristiane, filippini, indiani indù, sudamericani, ecc. In conclusione, la soluzione è: governo dei flussi, adeguamento rapido ed individualizzato dell’immigrato, sua “cittadinazione” veloce a seguito di garanzie, disincentivazione e contrasto dei ghetti. Sarebbe “Bingo!”, perché non lo facciamo? Chiedetelo ai comunisti che vogliono importare bonghi, mantenendoli tali, per poi farli votare bongo.

(c) 2007 Carlo Pelanda
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