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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-7-24

24/7/2016

E’ l’effetto delusione che riduce i consumi

I consumi interni mostrano una tendenza stagnante con il rischio di una nuova contrazione. Senza questo traino l’Italia non ha altri fattori che spingano la crescita: investimenti privati e pubblici restano insufficienti, l’export è in calo e la disoccupazione rimane elevata. Tale situazione richiederebbe una politica economica d’emergenza concentrata, in particolare, sul rafforzamento della domanda interna. Ma il governo non si muove e imputa la causa della regressione dei consumi al clima di incertezza esterno (terrore, Brexit, ecc.). Da un lato, è innegabile che le immagini di un mondo in via di destabilizzazione influiscano sull’interruzione della crescita dei consumi per la maggior propensione delle famiglie a risparmiare reddito temendo problemi nel futuro. Dall’altro, la responsabilità principale della stagnazione dei consumi ha motivi interni. I dati demoscopici, infatti, mostrano che la gente non vede miglioramenti nella propria quotidianità e nei dintorni più ravvicinati e ciò pesa, in particolare, sui consumi molto di più delle pur pessimizzanti immagini di un mondo denso di sorprese negative. Si è esaurita la speranza, piuttosto elevata a fine 2014 e nel 2015, che questo governo sia capace di muovere l’economia e di evitare guai futuri. Il punto è che molta gente aveva creduto alle promesse di una svolta. Ora ci crede molto meno ed è questo “effetto delusione”, insisto, il fattore principale che deprime la domanda interna. Logica vorrebbe, appunto, che in questa situazione il governo, anche per proprio interesse di sopravvivenza, reagisse con azioni espansive forti e concrete, anche a sorpresa, tali da ripristinare la fiducia su un futuro migliore per la nazione. Tecnicamente c’è un’ampia varietà di opzioni. Ma tutte queste implicano un minore condizionamento della sinistra statalista all’azione di governo e una capacità di influenza in Europa per ottenere condizioni speciali utili al rilancio della crescita ed alla riparazione rapida dei guasti. Purtroppo, non è pensabile che il governo riesca a farlo. Ha tentato qualcosa, infatti è meno peggio dei due precedenti, ma seguendo una logica di solo piccoli cambiamenti stimolativi e minime azioni per forzare le restrizioni europee non ha modificato l’inefficienza del modello economico italiano e il peso peggiorativo dell’eurogabbia su di esso. Il dato oggettivo è che un governo di sinistra (tanta) e centro (poco) ancorato alla conservazione del protezionismo sociale e di una relazione passiva con l’Ue non ha la possibilità di produrre quel cambiamento del modello economico interno e dello status internazionale dell’Italia che darebbe fiducia agli italiani sulla forza e solidità futura della nazione e per questo li convincerebbe a convertire più risparmio in consumi. La conseguenza logica è invocare una maggioranza di centrodestra che sostenga un’azione riformatrice vera e grazie a questo dia più credibilità esterna all’Italia. Il programma sarebbe facilmente individuabile, in tre punti essenziali: a) ridurre il debito valorizzando e vendendo patrimonio pubblico in quantità tale da risparmiare almeno 20 miliardi annui di spesa per interessi; (b) usare questa cifra per raggiungere il pareggio di bilancio e grazie a questa prova di consistenza, oltre a sospendere il Fiscal Compact, poter pretendere dall’Eurozona la “flessibilità” di una detassazione in deficit per imprese e famiglie entro il 3% del Pil (quasi 50 miliardi) per un quinquennio dopo il quale tornare al pareggio; (c) riallocare la spesa pubblica aumentando la spesa per investimenti e assistenza ai veramente bisognosi (salari di riqualificazione per disoccupati e i poverissimi, aumenti delle pensioni minime) e minimizzando quella per apparati e personale. Con questa politica potremmo essere certi che l’Italia crescerà a lungo per spinta dei consumi interni, e conseguentemente di più investimenti, al riparo da turbolenze internazionali e, soprattutto, da dubbi sulla solvibilità del debito. Tale programma, calibrato per la nazione che ha più risparmio al mondo e che ne impiega di meno nella sua economia, potrebbe avere varianti di centrosinistra e di centrodestra. Per questo critico il governo attuale che nemmeno lo pensa, ma anche il centrodestra che non propone soluzioni forti così contribuendo all’effetto delusione che blocca la ripresa. Ricordo ad ambedue che la produzione della fiducia è la priorità assoluta del mestiere politico, evidentemente ora praticato da inadeguati.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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