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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-4-24

24/4/2016

Serve una Roma più attiva per salvare il TTIP

La scelta di Obama di inaugurare oggi con Merkel la fiera di Hannover sulla tecnologia industriale di nuova generazione segnala la sua forte volontà di chiudere entro la fine del mandato (gennaio 2017) l’accordo di mercato integrato tra Stati Uniti e Ue, in sigla TTIP. Per inciso, Obama ha usato proprio la prospettiva del TTIP per dissuadere l’elettorato britannico a votare “brexit”: non speri Londra che Washington le conceda un accordo economico privilegiato nel caso uscisse dall’Ue perché metterà in priorità quello con Bruxelles. Obama vede la creazione di due mercati integrati amerocentrici, uno nel Pacifico (TPP) e l’altro nell’Atlantico (TTIP) come il maggior risultato costruttivo della sua presidenza, finora fallimentare. Tale strategia fu tratteggiata già nel 2010-11 quando fu chiaro che non sarebbe stata possibile una convergenza G2 con la Cina nell’ambito del G20, motivo per cui nel 2009 Obama dichiarò la fine del G7, e che Pechino avrebbe intensificato le azioni per eliminare l’influenza statunitense nel Pacifico. Pertanto l’America si trovò con la priorità di bloccare rapidamente il piano cinese. Poi, nel 2012, emerse un’altra priorità: non c’erano mezzi interni, fiscali e monetari, per accelerare e consolidare la ripresa e quindi bisognava stimolare dall’esterno la crescita stessa modificando l’architettura internazionale del mercato. La terza priorità fu la ricostruzione del potere globale statunitense, azzerato nel 2008-12. La creazione di un mercato globale delle democrazie fu la risposta a tali priorità: a) aggregare le nazioni con accordi economici permette a quella leader di esercitare un potere forte senza i costi per mantenere un “impero”; b) l’accordo di libero scambio tra 12 nazioni del Pacifico (TPP), dove il Giappone è quella chiave, è uno strumento per bloccare la Cina; c) il TTIP ha lo scopo prevalente di creare un vero e proprio mercato unico euroamericano che aumenti la crescita in ambedue i lati dell’Atlantico e diventi locomotiva nonché pilastro geopolitico e finanziario mondiale, cosa che l’America è ormai troppo piccola per fare da sola; d) la creazione di un’area TPP + TTIP organizzerebbe il 70% del Pil mondiale e costringerebbe le non-democrazie che ne sono escluse ed esportano in concorrenza sleale, Cina in particolare, a dover rinegoziare il loro accesso a tale mercato. Per inciso, perdonate l’orgoglio intellettuale, tale disegno ricalcava la strategia proposta dal mio libro “The Grand Alliance” del 2007 per riorganizzare il capitalismo democratico globale, aggiornato nel 2015 con il titolo “Nova Pax”, pur con meno enfasi sulla centralità dell’America e più su una comunità di democrazie. Nel febbraio 2013 Obama lanciò i negoziati sia per il TPP sia per il TTIP. Il primo è stato siglato, ma attende una ratifica dal Congresso, impossibile fino alle elezioni di novembre perché i linguaggi di campagna sia a destra, isolazionisti, sia a sinistra, protezionisti, lo demonizzano. Forse tra novembre e gennaio i centristi di destra e sinistra favorevoli a un’America aperta e di nuovo leader la concederanno. Comunque, qualsiasi presidente statunitense, anche Trump, non potrà rinunciare sia al TPP sia al TTIP, magari variando qualcosa, per i motivi di vantaggio strategico oggettivo detti sopra. Più difficile è il consenso europeo al TTIP. La Germania è ricattata da Cina e Russia per non firmarlo. Mosca perfino finanzia l’estrema destra francese e italiana, e altre, per marcare posizioni anti TTIP. In generale, il trattato – negoziato dalla Commissione - non ha consenso perché, tecnicamente difficilissimo, non è stato ben comunicato, suscitando sospetti di danno in molti settori. Considerando che nel 2017 Francia e Germania avranno elezioni politiche bisogna ammettere che non ci sono le condizioni per un’approvazione rapida. Ma una cosa si può fare per tenere in vita il TTIP: semplificarne il testo tecnico, escludendo le materie più delicate e controverse per poi trattarle in modo evolutivo; firmarlo, intanto, senza ratifica del Consiglio europeo e del Congresso statunitense, aspettare le elezioni in America, Francia e Germania e poi riprendere la trattativa, ma partendo da un primo mattone posato nel 2016. Poiché l’Italia sarà la nazione con il maggior vantaggio economico nel caso di formazione di un mercato euroamericano, raccomando al governo di proporre tale formula pragmatica a Obama e Merkel e di mettere il “TTIP evolutivo” nell’agenda della presidenza italiana del G7 nel 2017.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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