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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-4-10

10/4/2016

Pasticcio egiziano

Versione integrata e corretta in grassetto

Che l’Italia minacci rottura diplomatiche e sanzioni all’Egitto per il caso Regeni è così sorprendente da suscitare domande che la stampa, però, non sta facendo. Non ho informazioni privilegiate, ma dirigendo un Dottorato di ricerca in Geopolitica economica penso di sapere quali domande fare, per lo meno da questo punto di vista. Probabilmente la stampa non se la sente di fare troppe domande perché ai lettori piace l’immagine di un governo che agisce con determinazione per rispettare il diritto alla verità della famiglia Regeni, anche messaggio dissuasivo implicito: se tocchi un italiano avrai guai. Ma mi chiedo: il governo sta destabilizzando la relazione con l’Egitto per ribadire il principio dissuasivo appena detto, anche considerando il consenso derivato da una posizione in apparenza forte e giusta in periodo elettorale, oppure usa questo caso come strumento per altri fini geopolitici? Non lo so, ma la domanda ha senso se si osserva lo scenario. Nel giorno in cui l’ambasciatore italiano è stato richiamato per consultazioni a Roma, il leader egiziano Al Sisi ha incontrato il re saudita, ambedue comunicando simbolismi di alleanza fortissima, per esempio un ponte per unire l’Arabia saudita e il Sinai. La monarchia Saud ha tra le sue priorità il controllo del petrolio libico: ai tempi di Gheddafi non ci riuscì, ora è perfino più importante. L’Egitto aiuterà la formazione di una Libia unita oppure premerà per la creazione di due Libie, incorporando la Cirenaica, cioè mezzo petrolio e gas dell’area? Immettiamo nello scenario l’area mediterranea che va dalle coste egiziane fino a Cipro che contiene il più grande giacimento offshore di gas del pianeta. L’Eni ne ha conquistato un bel pezzo, gli inglesi ne hanno uno al largo di Gaza, la Russia manterrà le basi navali nell’area, in Siria, la Turchia vorrà avere vantaggi. Aggiungiamo poi la necessità per tutti i produttori di rialzare un po’ il prezzo del petrolio, materia su cui convergeranno tra poco, e combiniamola con gli altri due teatri detti. Questo complesso di geopolitica economica sta modificando le alleanze, riducendo precedenti divergenze e creandone di nuove. Sauditi e Turchia, pur opposti nella guerra civile intrasunnita, stanno convergendo. Mosca sta dialogando con i Saud e riducendo la frizione con Ankara. Parigi non sta attaccando il Califfato. Ecc. Come si trova l’Italia nel nuovo gioco? L’Egitto, più rilevante in questa situazione, mantiene l’interesse per una relazione privilegiata con Roma oppure ne ha di meno o uno divergente? Siamo in frizione con l’Egitto per evitare via dissuasione problemi che comporterebbero danni economici oppure li stiamo rischiando per difendere un principio combinato con fini elettorali interni? Forse stiamo seguendo un’indicazione dell’America inquieta per la difficoltà a tenere a bada la Turchia e, in particolare, l’Egitto? Parigi o Londra, con le quali da sempre Roma è in guerra per il petrolio mediterraneo, stanno prendendo posizioni in Egitto e dintorni a noi sgradite? In tutti i casi, per avere un successo sarebbe più realistico trattare con i sauditi, che hanno finanziato con 8 miliardi di dollari il colpo di Stato di Al Sisi e ne stanno spendendo di più per tenere in piedi il regime, cioè chiedere al padrone invece di litigare con il dipendente. Forse non abbiamo cose da scambiare con i Saud oppure il sostegno militare egiziano in Yemen è troppo vitale per l’Arabia e probabilmente citare l’opzione è inutile. Ma è utile chiederci quanto realismo ci sia nel chiedere ad Al Sisi di imbarazzare, eventualmente, qualche generale nel momento in cui l’esercito è il proprietario dell’economia egiziana e il garante della sua sicurezza personale? Evidentemente poco. Stiamo coprendo una sconfitta diplomatica con una scusa moralmente alta per rompere, ma sarebbe controproducente, o stiamo cercando di invertirla costringendo Al Sisi, che non può dire la verità, a fare altre concessioni per i nostri interessi? La domanda non suoni cinica. Il giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Regeni, una delegazione commerciale italiana, coordinata dal ministro Guidi, interruppe subito le trattative. Come ha saputo in poche ore che era un omicidio e non un incidente e che l’Egitto non avrebbe collaborato? Cosa si sapeva già o cosa si voleva già fare? Che senso ha, poi, minacciare l’Egitto di sanzioni dove nessun altro ci seguirebbe? In conclusione, il governo sta usando il caso Regeni per una pressione geopolitica generale e/o per mostrare che l’Italia è tosta in vista di trattative prossime oppure, con pericolosa superficialità, per fini elettorali interni senza una strategia esterna precisa? Ipotesi: secondo me si tratta di un mix pasticciato delle due cose. Fare domande serve per sollecitare strategie più lucide.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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