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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-6-26

26/6/2016

La nuova missione federatrice dell’Italia

Il Brexit ha cambiato la posizione internazionale oggettiva dell’Italia. Berlino e Parigi hanno più bisogno di Roma per consolidare l’Eurozona e l’Ue e quindi devono re-includerla nel direttorio dalla quale fu esclusa nei primi anni ’60. In quel periodo il pensiero strategico francese cercò di bilanciare la perdita dell’impero coloniale con la creazione di un sistema europeo dominato dalla Francia stessa, cosmetizzato come Comunità europea, per ottenere una scala geopolitica che le permettesse di operare come terza forza tra America e Unione sovietica. In questo progetto la priorità era evitare che la Germania – sconfitta, ma in grande ripresa - dipendesse solo dall’America e che sviluppasse ambizioni di potenza singola europea, requisito che impose la creazione di una diarchia franco-tedesca e, appunto, l’esclusione dell’Italia. E che poi portò al progetto unionista (Maastricht, 1992) e all’euro (1999) proprio per imbrigliare la Germania in una perenne diarchia imperiale franco-tedesca. Per Washington l’Italia ha sempre avuto un certo rilievo, ma come alleato secondario e non primario. Infatti chiese a Londra, negli anni ’70, di aderire alla Comunità europea per stemperare l’anti-atlantismo francese. Ora Londra non può più svolgere tale missione. In sintesi, dentro l’Eurozona, l’America si può fidare solo dell’Italia, pur avendo come interlocutore principale la Germania. Ma Roma è abituata da 50 anni a posizioni meno rilevanti di nazione che “segue” e non ha pronto un pensiero strategico adatto alla nuova posizione di rilevanza oggettiva e conseguenti sia vantaggi sia possibilità, in particolare quella di far valere di più la propria visione. Qui ne vorrei suggerire una per le contingenze, avendo in mente un contributo federatore dell’Italia in prospettiva. Contingenze: bisogna raffreddare lo scenario e lasciare tempo a Londra affinché possa ritrovare una politica che ricostruisca la coesione interna e la relazione con l’Ue, contrastando l’irriflessiva posizione di Junker e della Francia che vogliono accelerare l’uscita di Londra senza definirne prima la ri-associazione. Il tempo servirebbe alla politica britannica per rovesciare l’esito del referendum, che è solo consultivo, attraverso un accordo comune tra partiti su questo tema e dopo nuove elezioni. Non facile, ma nemmeno impossibile: infatti, ci sono segnali che si è aperto un cantiere a Londra per questo scopo, motivo del rinvio della richiesta formale di uscita dall’Ue. Qualora non fosse possibile, comunque il tempo servirà a individuare una ri-associazione economica immediata di Londra al mercato europeo. In questo caso “più tempo” non è destabilizzante, ma stabilizzante perché permette il ritorno alla razionalità e ai linguaggi integrativi, esattamente quello che il mercato aspetta per ritrovare la fiducia. L’Italia dovrebbe sostenere con forza questa posizione, considerando che la Germania è ora in panico e divisa tra chi vuole punire Londra, per dissuadere altri europei a fare lo stesso, e chi ragiona in modo più calmo e realistico: una forte posizione italiana non punitiva e riassociativa darebbe sostegno ai secondi. Come co-fondatore della Comunità (1957) l’Italia dovrebbe ribadire che lo scopo iniziale era di creare un’Europa comoda per tutti e non come strumento di impero per alcuni. Ciò implica un’idea di Europa dove le cessioni di sovranità all’agente europeo siano bilanciate da ritorni della sovranità stessa alle nazioni, ma in forme eurocompatibili, cioè un’architettura molto diversa da quella sovranazionalista-francesista del Trattato di Maastricht. Roma, tuttavia, dovrebbe proporre non cambiamenti dei trattati, che porterebbero a un rischio di decostruzione, ma aggiunte ai trattati stessi che bilancino meglio regime europeo e sovranità nazionali. E, in prospettiva, definire che l’Unione europea ha rilievo non per costruire un impero regionale, ma per espandere l’integrazione ad altre democrazie, in particolare l’America, e così collegare il progetto europeo a quello di un mercato globale delle democrazie stesse, la Libera comunità, che darebbe un significato mondiale e una nuova missione all’Europa. Roma non è ancora pronta per un ruolo (co)federatore innovativo così ampio, ma lasciare tempo e comprensione al Regno Unito per riaggiustarsi, convincendo Francia e Germania anche ricorrendo alla dissuasione, è il primo passo per riuscirci nel futuro e così contrastare da protagonista la disgregazione dell’Occidente. E il Vaticano aiuti.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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