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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

1998-11-4

4/11/1998

Perché la Banca centrale europea ha ragione e i governi torto

La Banca centrale europea è sotto assedio. I governi stanno premendo per un ribasso consistente del tasso di riferimento dell'euro da quel 3,3%, un po' più o un po' meno, annunciato dalla Bce come probabile numero verso cui tutte le euromonete dovranno convergere entro la fine dell'anno (che partirà come moneta non cartacea, ma effettiva, il 1° Gennaio 1999). Ma la Bce rifiuta di farlo.

Tra i governanti dell'Europa, ormai quasi tutta socialdemocratica ed in fase di stagnazione-recessione, Il supeministro tedesco delle finanze, Lafontaine, é il più aggressivo nel sostenere che la Bce debba ridurre i tassi per stimolare la crescita economica, mettendo questa in priorità, perfino, sulla stabilità monetaria (é proprio finita un'era). E aggiunge che il trattato di Maastricht, anche se stabilisce la totale indipendenza dell'eurobanca dai governi, d'altra parte la rende anche corresponsabile della politica economica continentale. Quindi tassi giù e subito. Ma, con molta durezza, la Bce, per voce del suo presidente, l'olandese Duisenberg, risponde picche. Chi ha ragione, i governi europei o la Bce? La seconda, per tre buoni motivi. Vediamoli.

Diversamente dai sistemi liberalizzati e flessibili, in un'economia molto rigida come quella del modello statalista europeo la riduzione dei tassi per stimolare la crescita economica sortisce effetti minimi o perfino nulli. Anche se i tassi, e quindi il costo del credito e del debito, andassero vicino allo zero, gli investimenti privati comunque non aumenterebbero. La decisione di investire resterebbe compromessa dai costi del lavoro e carichi fiscali troppo alti che caratterizzano Euroland. Prove? Già da tempo i tassi sono scesi verso quote minime e non si é visto alcun incremento rilevante di investimenti produttivi. Poi c'é la lezione data dal caso giapponese. E' dal 1992, anno in cui il sistema nipponico é entrato in stagnazione economica, che lì si tenta di stimolare la crescita interna riducendo i tassi. Sono recentemente arrivati al minimo assoluto dello 0,25%. Niente effetti. Perché il Giappone, anche se per motivi diversi, ha la stessa rigidità del modello europeo. I fatti mostrano che la crescita può essere stimolata solo rendendo più flessibile l'economia e riducendo le tasse. La soluzione giusta per risviluppare l'Europa é quella di dimezzare il carico fiscale complessivo, portandolo al 25-30% medio dal quasi 50 attuale, e non quella di tagliare i tassi da quota 3% (comunque bassissima) al 2 o perfino all'1,5. Impensabile nell'Europa di sinistra? D'accordo, ma é altrettanto impensabile che la leva monetaria possa funzionare nelle eurocondizioni dette. In sintesi, il ribasso dei tassi non servirebbe a niente.

Il secondo motivo é che sarebbe molto pericoloso, pur in uno scenario di dollaro in calo, far scendere i tassi da una quota che é già molto bassa. Si rischia infatti di decapitalizzare il sistema complessivo facendo emigrare i risparmi e i capitali dall'area euro.

Terzo, e principale, motivo. La Bce ha davanti a se un grosso rischio da gestire preventivamente. La prospettiva di essere costretta a rialzare i tassi nel prossimo futuro. Se ribassarli ulteriormente non serve a stimolare la crescita, come argomentato sopra, d'altra parte il rialzarli, permanendo la stagnazione, ucciderebbe l'economia già ferita gettando il sistema in una depressione prolungata. Il punto principale é proprio questo timore per il domani. Quanto é realistico? La novità nell'Europa dominata dalla sinistra é che di fatto i governi stanno abbandonando la priorità della disciplina di bilancio, cioé quella tendenza al pareggio che é condizione necessaria per la stabilità dell'euro. I governi, alle prese con una congiuntura globale negativa che peggiora la già compromessa economia continentale, sono disperati. Non potendo e volendo liberalizzare, possono solo aumentare la spesa pubblica assistenziale per tenere sul fronte dell'occupazione. E stanno cercando il modo di farlo senza incorrere nella violazione formale del patto di stabilità (siglato ad Amsterdam nel 1997). Non é detto che ci riescano, ma é sicuro che ci proveranno. Inoltre già si vede un'altra ricetta sbagliata all'opera. Il tentativo di stimolare i consumi aumentando i salari pur in fase di stagnazione/recessione. La cosa é stata caldeggiata dal sorprendente Lafontaine qualche giorno fa. Da brivido. Potrebbe significare inflazione pur in fase recessiva, ovvero "stagflazione". E l'unico modo per correggere l'instabilità monetaria che ne deriverebbe, e per far capire ai governi che non si può fare così, sarebbe quello di alzare i tassi dell'euro. Più questo rischio aumenta, più la Bce ha ragione nel non volerli tagliare ora.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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