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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-8-23

23/8/2015

La crisi cinese potrà essere contenuta

La caduta della domanda nel mercato interno cinese sia di materie prime sia di beni di consumo e strumentali riduce i profitti delle nazioni e aziende esportatrici e i valori in Borsa delle seconde. L’Italia è esposta come esportatore di beni di lusso e strumentali. Valutiamo il pericolo. La crisi cinese è un processo in atto, come una frana, e non un evento catastrofico già avvenuto. Potrà avere un impatto lieve, se contenuta da azioni appropriate, o catastrofico se il governo ne perderà il controllo. Quindi l’impatto dipende dalle capacità gestionali del Partito comunista cinese che muove tutte le leve del governo, compresa quella della Banca centrale. Da un lato, il regime ha enormi risorse per tamponare il buco, tra cui quasi 4 trilioni di dollari in riserve valutarie, e, essendo un sistema autoritario, non ha problemi ad allocarle rapidamente dove e come vuole. Dall’altro, il buco, e gli squilibri conseguenti, sono molto grandi e ciò richiede una gestione molto ben eseguita. Poiché la frana è già iniziata da mesi, è possibile valutarne la gestione in base ai fatti. Quella della “sbolla” borsistica, imponendo freni per rallentarla che in realtà hanno aumentato la sfiducia del mercato, è stata finora inefficace. Ma perfino dilettantesco è stato il mancato controllo del rigonfiamento della bolla, attraverso pompa di capitale a debito, che, dall’estate del 2014, ha fatto salire i corsi azionari più del 100%. Fino al recente passato la governance del sistema finanziario cinese, pur mostruosamente opaco, esibiva una certa consapevolezza tecnica. Cosa è successo? Circola la sensazione che Xi Jinping abbia voluto concentrare troppo nelle sue mani la gestione dell’economia. Poiché la sua priorità è di trasformare il modello cinese da una configurazione trainata dall’export ad una tirata dai consumi interni, potrebbe aver voluto accelerare tale mutazione cercando un’espansione a bolla del mercato interno, di cui poi ha perso il controllo. L’ipotesi è che l’eccesso di verticismo, in sostituzione del tipico metodo collegiale adottato dal Partito comunista cinese, abbia favorito l’imprudenza. Questo è un fattore. Ma uno più rilevante riguarda il fatto che l’economia cinese ha raggiunto limiti per il tipo di sviluppo che c’è stato finora. Questi sono: sovracapacità, per esempio più case costruite di quanta sia la domanda; sistema bancario formale ed “ombra” destabilizzato da crediti inesigibili, fatto peggiorato dai tanti risparmiatori che ora hanno perso i soldi investiti in Borsa; aziende, in particolare statali, indebitate in modo irreparabile; enti locali, che avevano alimentato la bolla immobiliare vendendo terra a costruttori che la pagavano con debito garantito dall’ente stesso, senza più denari e con megadebiti (forse il 300% del Pil); caduta dell’export per il minor tiraggio della domanda globale. In realtà è da parecchi anni che la crescita cinese rallenta. Le statistiche ufficiali lo nascondono, ma quelle vere valutano l’incremento del Pil corrente tra il 3 ed il 4%, in effetti insufficiente per sostenere una crescita molto basata sulla leva, cioè sul debito. Forse per questo motivo Xi Jinping ha voluto forzare il cambiamento di modello, aumentando il tiraggio del mercato interno via bolla. Se così, più che di dilettantismo, si tratta di un tentativo disperato di forzare la realtà in una situazione di shock: è la prima volta dai primi anni ’80, infatti, che la Cina decresce. Con mente più fredda il contenimento della frana è fattibile: ricapitalizzazione del sistema bancario, lasciare che la Borsa sfoghi liberamente la sbolla per poi arrivare di nuovo a valori che attraggano investitori, facilitazione della ristrutturazione dei debiti privati e degli enti locali, ecc. Le reazioni ribassiste dei mercati borsistici sono in parte dovute alla scoperta che la Cina è una locomotiva grippata, ma in buona parte al fatto che aspettavano una scusa per tirare giù i valori delle azioni, saliti troppo. E se una Borsa non scende, poi non risale: agosto e settembre sono, da sempre, i mesi in cui gli operatori fanno calare le Borse per poi mandarle in rally a novembre, quando i fondi di investimento chiudono i conti. Certo, bisogna dare subito al mercato finanziario un segnale che la crisi cinese sarà contenibile per evitare che si instauri una vera avversione al rischio, cosa che innescherebbe una megacrisi finanziaria poi causa di una pesante recessione globale, pesantissima in Italia. Qui il punto: saprà Pechino dare questo segnale? Ci sono dubbi e ciò suggerisce un intervento delle Banche centrali americana ed europea: mantenere la posizione espansiva per sostenere le Borse globali e lasciare che lo yuan si svaluti un po’ di più per permettere alla Cina una ripresa dell’export ed alla sua Banca centrale di stampare la moneta che serve per tappare i buchi. Così, in qualche modo, secondo me potrà funzionare e penso che succederà qualcosa del genere, evitando la catastrofe. Ma se così, poi, dovremmo chiederci seriamente come possiamo tollerare che una dittatura disordinata e instabile resti al centro del mercato globale.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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