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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-3-20

20/3/2016

Serve un nuovo strumento per la difesa economica

Sarebbe necessario creare un “Dipartimento per la sicurezza economica” guidata da un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con poteri di coordinamento delle funzioni governative (decine) rilevanti per la materia. La missione di tutela degli interessi economici nazionali sta diventando molto complessa e richiede un’organizzazione dedicata e concentrata al posto di quella informale e frammentata ora esistente, tra l’altro senza criteri precisi. Ed è urgente. La Commissione europea preme sull’Italia affinché riduca il debito, il ministero dell’Economia fa intendere che potrebbe aumentare le privatizzazioni per tale scopo, la Francia, nell’incontro bilaterale di Venezia, ha proposto di creare gruppi industriali più grandi, “europei”, in sostanza conferendo aziende strategiche italiane a operazioni di consolidamento guidate da quelle francesi. Le indiscrezioni parlano di parti dell’Eni, dell’Enel, di Finmeccanica, di Telecom, questa già con un socio di riferimento francese che è attore privato, ma notoriamente connesso con i governi francesi, per altro anche influente nelle Assicurazioni generali. Già nel 1993 Parigi propose a Roma la fusione dei due sistemi nazionali industriali e finanziari, con prevalenza francese, per creare un complesso economico più grande di quello tedesco e così tentare di bilanciare il potere emergente della Germania. Nel 2000, poi, la Francia propose una fusione dell’industria militare, dove l’Italia avrebbe conferito Finmeccanica in cambio di quote di minoranza del nuovo gruppo, con lo scopo di francesizzare il settore degli armamenti europeo e usare le risorse Ue per finanziare la propria industria nazionale. Tale pressione fu contenuta con cortesi sbarramenti e qualche concessione settoriale. Il governo Berlusconi difese e rafforzò l’autonomia di Finmeccanica e lanciò una nuova strategia per trasformarla da preda in predatore globale. Ora Parigi ripropone, sembra, la stessa o simile strategia. Il ministero dell’Economia fa intendere che il controllo delle aziende strategiche non è più rilevante. Io, notoriamente liberista, vorrei approfondire lo scenario di sicurezza economica prima di dire una cosa del genere. Per esempio, è sicurezza economica, in quanto tutela della competitività futura, dotare la nazione di una rete in fibra a banda (veramente) ultralarga che permetta un’evoluzione industriale 4.0 e la correlata digitalizzazione totale: il governo dovrà favorire operazioni di mercato in tale direzione e sfavorire altre che non assicurano i dovuti standard, considerando l’arretratezza esistente. E’ sicurezza economica mantenere in Italia le capacità tecnologiche più evolute per ovvii motivi di qualificazione competitiva dei territori e il governo dovrebbe favorire operazioni di mercato che lo assicurino e ostacolare altre a rischio di depauperamento. Lo stesso per l’occupazione. In generale, nel mercato globale dove i contratti industriali si fanno sempre più tra governi, Roma deve essere sicura di avere alleanze adeguate e la giusta autonomia. Il punto: la risposta del governo deve basarsi su un’analisi consapevole della sicurezza economica. Certo, il punto principale in realtà è capire quanta forza abbia Roma per resistere a pressioni francesi, ed eventualmente tedesche, in una situazione dove è ricattabile e Francia e Germania possono usare la Commissione per “europeizzare” le pressioni stesse. Infatti, alcuni temono che Renzi dovrà scambiare asset italiani in cambio di flessibilità. Ma è proprio per evitarlo che serve una funzione più evoluta di sicurezza economica a sostegno tecnico del premier: cedere il meno possibile in caso di compromesso necessario, dettagliare gli accordi per minimizzare i pericoli, individuare strategie alternative e coordinare l’azione governativa per eseguirle. Non solo. La sicurezza economica deve estendersi al presidio dell’interesse italiano negli organismi internazionali, dal non farci più mettere insieme alla Spagna nelle analisi del Fmi, motivo non secondario della crisi/golpe del 2011, alla tutela dei marchi territoriali, al controllo delle presenze economiche straniere condizionanti, al monitoraggio dei trattati commerciali gestiti dalla Ue e ad operazioni di modernizzazione del mercato privato via sollecitazioni informali. In conclusione, meglio organizziamo la sicurezza economica e più potremo ampliare il libero mercato perché difeso contro condizionamenti geopolitici, regole sfavorevoli e persistenza di arretratezze private.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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