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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-6-14

14/6/2015

Ci vuole una gestione utilitarista dell’immigrazione

La politica dell’immigrazione non va lasciata così disorganizzata. Andrebbe, invece, definita ed organizzata in base al valore di un immigrato per l’interesse nazionale, cioè secondo un criterio utilitarista: un calcolo costi/benefici che determini se all’Italia serva o meno l’importazione di massa demografica, se sì quanta e con quali caratteristiche, nonché il costo dell’investimento necessario per rendere utile la massa stessa in relazione ai vantaggi. All’Italia certamente non serve tutta la massa che sta convergendo verso il nostro territorio, ma una parte è sicuramente necessaria. Lascio ai demografi la stima di quanta per anno, ma valuto in qualche decina di migliaia la quantità utile a bilanciare/invertire la stagnazione demografica per evitare lo squilibrio tra popolazione attiva e passiva. Questo sta già iniziando a destabilizzare l’economia nazionale e, soprattutto, il suo sistema di welfare: più tasse pagate dalla platea decrescente degli attivi (giovani) per avere meno welfare e pensioni in quanto i costi di ambedue aumenteranno per l’incremento della popolazione inattiva (anziani) fino all’esaurimento per morte dell’eccesso di questa. Il riequilibrio demografico “naturale” potrebbe durare troppo, per l’estensione della vita media, creando un periodo di squilibrio talmente grave e prolungato da far implodere il sistema. Per questo l’Italia dovrebbe, oltre che aumentare il tasso di occupazione e ridurre la disoccupazione nella popolazione residente, importare ed italianizzare un tot di massa giovane con marcati attivismo economico e propensione riproduttiva. I migranti che stanno convergendo verso i nostri lidi provengono da culture rurali o pre-industrali che li spingono a formare famiglie numerose ed a sopportare fatiche per mantenerle, cioè a scaricare lungo l’asse del tempo il desiderio di riscatto creandone le condizioni (istruzione e cittadinanza) per i figli. Inoltre, molti mostrano con la loro decisione di mobilità, rischiosa, una psicologia audace che è precursore di un forte attivismo economico. Alcuni potrebbero non aver avuto opzioni o hanno seguito un mito o solo imitato, rendendone difficile la valutazione . Ma la maggioranza ha avuto l’opzione di restare o andare. Quelli che si sono mossi scegliendo costituiscono un capitale umano di grande valore potenziale. Tale ipotesi deriva dallo studio dei migranti italiani, ed altri europei, del passato: si muoveva la parte più qualificata di una popolazione ( in disagio) e quella che lo era meno restava. In sintesi, tra la popolazione che tenta l’approdo in Italia una parte è certamente capitale umano con qualità tali da permetterne la rapida conversione in capitale finanziario, misurabile nei seguenti benefici: oltre che il riequilibrio detto sopra, aumento dei consumi interni, del valore degli immobili e, complessivamente, del Pil. Ma per ottenerli bisognerebbe investire risorse per selezionare i migranti clandestini e formare quelli selezionati per l’accesso: (a) luoghi attrezzati e controllati di prima accoglienza con censimento e valutazione, anche di sicurezza, degli individui; (b) “campi di formazione” organizzati per l’insegnamento della lingua e delle regole di cittadinanza nonché di mansioni per i soggetti ammessi; (c) creazione di un loro registro nazionale; (d) pagella a punti che, se a pieni voti per 6 anni, poi apre alla cittadinanza. Il costo sarebbe di circa 1 miliardo anno, ma il beneficio sarebbe molto di più. L’inserimento occupazionale non sarebbe un grave problema perché i dati mostrano parecchi settori dove l’offerta di lavoro dei nativi è inferiore alla domanda, cioè che molti italiani giovani preferiscono restare disoccupati piuttosto che svolgere mansioni di basso livello mentre gli immigrati in bisogno le accetterebbero. Più difficile sarebbe la gestione di chi viene lasciato fuori. Inoltre, il marchio Italia, utile per export e turismo, non può essere degradato da disumani respingimenti violenti, gestione inefficiente dei flussi come ora e da espressioni di insofferenza etnica. Ma ritengo che una politica razionale di immigrazione selettiva possa facilitare la soluzione del problema complessivo della pressione migratoria sui confini oltre che produrre benefici sistemici. Segnalo che Stati Uniti, molto, e Germania,con più limiti, vedono l’impiego utilitarista/demografico dell’immigrazione come strumento di potenza nazionale e mi chiedo perché mai l’Italia non dovrebbe fare lo stesso e meglio.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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