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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-2-14

14/2/2016

Per il rimbalzo manca una governance globale forte

I mercati stanno allineando i valori azionari allo scenario di rallentamento della crescita globale. Il movimento è iniziato da mesi, ma a gennaio l’ondata ribassista è diventata uno tsunami. Ora i prezzi delle azioni, mediamente nel mondo, sono superconvenienti. Ma l’umore ribassista è ancora diffuso e sta contrastando il rimbalzo “naturale”, creando megavolatilità. Evidentemente nel mercato c’è una forte incertezza sistemica che lascia indeterminabile il punto di rialzo. Fino a qualche tempo fa c’era una Banca centrale statunitense (Fed) capace di rassicurare il mercato globale che avrebbe riparato qualsiasi guaio, per lo più pompando carburante (liquidità) nella locomotiva americana così mettendola in grado di tirare gli altri vagoni nel resto del globo. Dal 2009 la Cina ha agito come locomotiva globale ausiliaria, forzando le proprie capacità di crescita interna oltre ogni limite razionale per sostituirsi all’America, indebolita dalla crisi del 2008, come primo potere economico, e quindi geopolitico, nel mondo. Dal 2009 al 2014 America e Cina hanno trainato la ripresa globale attraverso due megabolle. Nel 2015 il mercato ha visto sia implodere la bolla cinese, rimanendo spaventato dall’avventurismo dilettantesco della gestione economica e finanziaria di Pechino, sia l’inizio del tentativo di sgonfiare in modi ordinati la bolla statunitense. Ma la vaghezza della conduzione della Fed ha dato al mercato il segnale che non c’era un centro ordinatore globale con le idee chiare. All’implosione della Cina, e conseguentemente del mercato mondiale delle materie prime, e alla crisi di fiducia nei confronti della Fed poi si è aggiunta l’evidenza che governi e Banche centrali non stavano collaborando, ma che, anzi, competevano tra loro per chi svalutava di più nonché l’incapacità politica di Obama di mettere un limite alla strategia saudita di deprezzare il petrolio per buttare fuori mercato i produttori concorrenti, motivo di insolvenze a catena degli investimenti nel settore. Semplificando, secondo me un normale e ben prevedibile riaggiustamento del mercato è diventato un crollo perché gli operatori sono stati sorpresi e terrorizzati dall’evidenza di un vuoto di governance globale. Sommiamo anche l’idiozia di un’Eurozona che per europeizzare le garanzie in caso di crisi bancaria toglie le garanzie stesse (bail in), così rinunciando a sostenere la fiducia attraverso una chiara figura di garante di ultima istanza. Il risultato non può essere altro che quello di un mercato impaurito che deprezza oltre misura, e al di fuori di criteri “grafici” normali, i valori. Il punto: la percezione di un governo incompetente e frammentato del sistema globale è la causa principale degli eccessi di pessimismo finanziario, non i singoli eventi (geo)settoriali. Qualcuno comincia a capirlo. Per esempio, Yellen ha segnalato che non alzerà i tassi del dollaro nel 2016 per evitare che l’America cada in recessione, segnale che inizia a far tornare l’ottimismo nelle Borse. Ma se il dollaro non salirà, il QE di Draghi con l’obiettivo principale di svalutare l’euro sarà inefficace, depotenziando la locomotiva europea in un momento in cui quella cinese è grippata. Per lo scenario di rimbalzo, tecnicamente già pronto dopo il crollo dei prezzi, resta infatti da capire se le Banche centrali torneranno a convergere e i governi a collaborare per ripristinare la fiducia essenziale per far ripartire gli investimenti. Qualcosa dovranno fare perché se no salterà tutto, ma probabilmente sarà meno del necessario, lasciando il mondo con un’incertezza latente che, da un lato, non lo farà crollare, ma, dall’altro, nemmeno lo stabilizzerà. Per questo ritengo ci voglia una novità che riconfiguri il mercato mondiale dandogli un’architettura politica più precisa e forte: la formazione di un mercato euroamericano integrato che sia nucleo di uno globale delle democrazie, che varrebbe il 70% del Pil mondiale, basato su forti convergenze tra nazioni e loro monete. La preoccupazione dell’esclusione della Cina e di altre dittature da questo mercato sarebbe immensamente inferiore all’ottimismo generato dalla previsione che il mondo avrà un centro solido, affidabile e razionale. Spero che questa considerazione, motivata dai fatti in corso, entri nel negoziato tra America e Ue per il trattato TTIP, accelerandolo. E spero che il governo si prepari a presiedere il G7 nel 2017 mettendo in agenda il mercato unico tra democrazie americane, asiatiche ed europee.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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