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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-5-31

31/5/2015

L’ottimismo è minacciato dal finto riformismo del governo

C’è più ottimismo economico. Ora la priorità del governo dovrebbe essere quella di amplificarlo con azioni pro-mercato. Ma è inutile chiedere ad un governo di sinistra di ridurre la spesa pubblica a favore della detassazione stimolativa: potrà far finta, potrà limare, ma mai farlo sul serio perché rappresenta gli interessi del popolo che vive di Stato. Ma così l’Italia rischia di perdere un’occasione di maggior crescita e di tornare nel 2017, dopo la fine delle condizioni eccezionali 2015-16, in una tendenza stagnante, perfino recessiva. Non considero lo sforzo riformista di Renzi? Parliamoci chiaro: questo leader sta cercando di ridurre l’impatto depressivo del modello statalista, ma non sta nemmeno tentando di sostituirlo con un modello di welfare più aggiornato, efficace ed efficiente. La sinistra più estrema deprime troppo il mercato e questo non fornisce denari fiscali sufficienti a mantenere gli apparati del modello statalista. Per questo tutte le sinistre occidentali, da decenni, hanno preso una configurazione più pragmatica: lasciare un po’ più di spazio al mercato affinché più crescita fornisca più soldi fiscali per mantenere il primato dello statalismo altrimenti destinato ad implodere. Negli anni ’90 i democratici americani (Clinton) ed i nuovi laburisti inglesi (Blair) avviarono tale nuova sinistra. Più recentemente lo ha fatto il Nuovo centro di Schroeder in Germania. Nelle grandi democrazie sono rimaste irriformate solo le sinistre di Francia ed Italia. Renzi e collaboratori stanno solo compiendo, come penultimi, tale trasformazione in Italia. Ma va annotato che la trasformazione della sinistra serve a mantenere il suo antico programma in tempi nuovi e non a creare nuovi modelli e progetti più adeguati. Qui c’è il problema genetico della sinistra: giustifica la sua esistenza come tutore dei deboli via redistribuzione, ma non ha nella sua cultura, diversamente dal liberalismo, la riduzione dei deboli attraverso politiche che li trasformino in forti. Infatti nella prassi politica la sinistra non ha interesse a ridurre i deboli e lo statalismo perché perderebbe elettori. Non nego lo sforzo di Renzi, ma lo ritengo irrilevante per quello che veramente servirebbe all’Italia. Servirebbe un nuovo welfare di investimento, ma la sinistra lima quello esistente per mantenerlo come è. Servirebbe il dimezzamento delle tasse e la riallocazione di quelle che restano per investimenti produttivi invece che in spese di apparato mentre il riformismo del governo taglia poco e sposta le tasse senza ridurle. Per questo appare inutile chiedergli di amplificare l’ottimismo che sta riemergendo dopo un triennio. Il miglior effetto di amplificazione sarebbe ottenuto dalla previsione che in pochi mesi vi possa essere un governo di centrodestra, credibilmente innovativo e pro-mercato. Lo spero, ma è improbabile che avvenga in tempi brevi. Quindi va individuato qualcosa di pro-mercato, e rapido, che anche un governo di sinistra possa fare. Suggerimenti: (a) confermare che le tasse, dirette ed indirette, non verranno più alzate; (b) imporre all’Unione europea una soluzione nazionale per liberare le banche dal peso di 350 miliardi di crediti deteriorati che ne limitano le erogazioni, uno dei massimi ostacoli alla ripresa; (c) detassare molto di più gli investimenti delle casse previdenziali in fondi privati (regolamentati) che finanziano lo sviluppo delle imprese; (d) modificare la legge fallimentare, semplificandola, in modo da permettere ad un’azienda in crisi di poter tentare di riprendersi senza passare per una discontinuità. In sintesi, il suggerimento al governo, oltre a quelli di non minare la fiducia e riavviare il credito, è di imitare la sinistra centrista tedesca: facilitare lo sviluppo delle aziende sane e la riparazione di quelle nei guai, per poi amplificare l’ottimismo economico nel resto del sistema a partire dal rafforzamento dell’industria. Queste azioni potrebbero raddoppiare la crescita 2015, oggi prevista sullo 0,6%, e portare quella del 2016 oltre il 2%, dall’1,4% oggi stimato, dando così più spinta al mercato interno quando nel 2017 finirà lo stimolo Bce. Il punto: il sistema industriale italiano è talmente forte da farlo volare con pochi e facilmente fattibili stimoli. La sinistra tedesca capì che mettere al centro l’industria era la connessione tra interesse nazionale e quello di autoconservazione. Auspico lo faccia anche quella italiana prima di farci ricadere, per sua vaghezza, nella crisi.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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