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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-1-31

31/1/2016

Riemerge il problema dell’affidabilità

Da un paio di settimane gli attori finanziari globali che fino a dicembre consideravano l’Italia uno dei migliori business su cui investire stanno rivalutando questa idea che si era affermata nell’estate-autunno 2014 grazie all’annuncio della garanzia Bce sugli eurodebiti e di una politica monetaria, finalmente, espansiva. Ne ho prova diretta per le molte richieste di un’opinione da parte di fondi esteri e internazionali. La mia sensazione è che il mercato non abbia ancora scommesso in un senso o nell’altro, ma che ha bisogno di prove forti per restare positivo sull’Italia. E di un quid competitivo. Mi permetto di segnalarlo al governo perché temo creda che quanto stia facendo è sufficiente. Dovrebbe, invece, fare di più, considerando che la stessa cosa che attira investimenti esteri muove anche quelli italiani. La priorità è convincere il mercato che dopo la fine della garanzia Bce, ora estesa fino ai primi del 2017, il debito italiano non sarà sottoposto alla stessa crisi di fiducia del 2011-12 che mandò l’economia in depressione. Il mercato sa che l’Eurozona non aiuterà l’Italia. Con tale rischio prospettico, considerando il rating già minimo (un solo click prima dell’insolvenza) nessun investitore se la sente di restare “lungo” sull’Italia. Il governo dice che nel 2017 il debito inizierà a scendere un pochino. Ma è stima dubbia e, soprattutto, non è quello che serve. Il mercato, infatti, sa che se non si taglia una parte del debito, il suo peso è troppo per favorire più crescita. Ci vorrebbe un taglio secco del debito tra i 400 e 200 miliardi. Ciò è possibile solo con un’operazione patrimonio pubblico contro debito: non tentare di vendere i beni pubblici (immobili, concessioni, partecipazioni) subito e in massa, ma impacchettarli in obbligazioni lunghe con sottostante il rendimento della gestione e/o dismissione differita dei beni stessi, con le quali rimborsare aliquote del debito a scadenza invece di pagarle con emissioni di nuovo debito stesso. La notizia che l’Italia riduce il suo debito tra i 400 e 200 miliardi in due o tre anni, cifra possibilissima, non drenando patrimonio privato, ma finanziarizzando quello pubblico, aumenterebbe la fiducia globale sulla nostra economia, sul debito residuo e su una maggiore crescita futura del forte sistema industriale italiano. Strano che il governo almeno non studi tale operazione. Anche perché se non riduce il debito, nei modi indicati, poi dovrà tagliare di più spesa pubblica, pensioni, sanità, ecc., perdendo consenso, in particolare, nell’elettorato di sinistra che vive per lo più di soldo pubblico. E non capisco perché Renzi chieda flessibilità alla Commissione, cioè spazio per più debito, invece di pretendere una più produttiva garanzia europea sulle obbligazioni basate sulla cartolarizzazione di parte del patrimonio statale (e locale) per tagliare il debito stesso. Con 400 miliardi in meno di debito ne guadagnerebbe circa 18-20 all’anno per minori interessi. Farebbe bingo invece di esporsi a figure di bongo d’Europa. Non voglio offendere, ma da questa dedibitazione dipenderà il futuro dell’Italia, il suo profilo estero, e bisogna usare parole più forti per segnalarlo. Altro? Se risolto il problema del debito, la probabilità di crescita dell’Italia aumenterà. Per confermarla ci vorrà la fluidificazione dei processi finanziari combinati con quelli di economia reale: semplificare le quotazioni in Borsa, togliere la Tobin tax, detassare in generale le rendite da investimento a rischio, ridurre sul serio le tasse sulle imprese, favorire l’aumento dei fondi d’investimento per bilanciare il credito bancario decrescente, riparare bene le banche (che sarebbero aiutate da un miglioramento dell’affidabilità dei titoli di debito che hanno nei bilanci dopo l’operazione sul debito stesso), ecc. E un quid. Se il trattato di mercato integrato euroamericano (TTIP) fosse firmato e applicato, l’Italia sarebbe la nazione europea con i maggiori vantaggi perché le sue piccole aziende potrebbero internazionalizzarsi più velocemente, diventando oggetto di desiderio per la crescita, e quotazione, più rapida di altre nel mondo. Il TTIP è un moltiplicatore della potenza industriale italiana, questo sniffano molti investitori. Spero che anche il governo sniffi “titipina” oltre alla “dedebitina”. E anche Salvini dovrebbe spararsi un po’ di mondo in vena, invece della “lepenina”, per vedere che l’occupazione si difende aprendosi al capitale e non con l’autarchia.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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