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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-5-24

24/5/2015

La priorità di un compromesso tra Fed e Bce

Poiché i governi dell’Eurozona non mostrano la capacità/volontà di stimolare la crescita attraverso investimenti pubblici o detassazioni, la ripresa del sistema è affidata solo all’export pompato dalla svalutazione dell’euro. Tutti gli analisti, e lo stesso Draghi, avvertono che lo stimolo monetario senza quello fiscale non produrrà una crescita sufficiente né duratura nel tempo. Vero. Ma i governi non li ascoltano perché sentono di non avere consenso sufficiente per mettere i bilanci statali, vincolati dal divieto di superare un certo deficit annuale, in condizioni di poter sostenere investimenti e/o detassazioni rilevanti in quanto ciò implicherebbe tagli di spesa. Il problema è che tra un taglio di spesa pubblica improduttiva ed il momento in cui più investimenti e meno tasse inducono un effetto crescita forte corre un certo tempo. In un modello economico flessibile è breve. Ma in uno denso di regole che irrigidiscono e caricano di costi i processi di mercato, come quelli nelle euronazioni principali, è probabile che sia lungo, quindi con il rischio di trasformare l’azione stimolativa in una megacrisi. Minimizzare questo rischio è possibile: basterebbe infatti rendere sincroniche le riforme di flessibilizzazione del modello con l’avvio delle stimolazioni fiscali per dare un impulso così forte alla fiducia da trasferire rapidamente il risparmio verso più consumi ed investimenti privati, accorciando l’intervallo tra evento stimolativo e crescita concreta. Infatti Draghi ha piena ragione tecnica nel dire (seminario di Sintra) che si può confidare sull’effetto positivo di una flessibilizzazione sincronica dei modelli nazionali guidata da una regia europea. Ma non vedo come realisticamente tale condizione possa essere ottenuta nella situazione attuale. Ogni euronazione è afflitta dall’impoverimento forte di una parte della popolazione che quando vota vuole assistenza oggi senza pensare a cosa sarebbe meglio per il domani. E in ogni nazione ci sono movimenti politici che sfruttano questa domanda offrendo soluzioni irrazionali, ma di successo. In sintesi, nel presente una formazione politica troverebbe un rischio elettorale inaccettabile se proponesse la cosa “giusta”. Infatti tutte, con la rimarchevole eccezione dei popolari spagnoli, stanno facndo quella più “semplice”: non cambiare i modelli inefficienti, o farlo solo con limature irrilevanti come in Italia, per contrastare con il protezionismo sociale esistente la domanda di assistenzialismo totale degli impoveriti e la conseguente offerta neoperonista. In tale contesto è ovvio che non vi possa essere alcuna politica europea forte in quanto la priorità della protezione implica enfasi nazionali. Pertanto, anche se insufficiente, lo stimolo monetario è l’unica leva di crescita possibile ed è inutile contare su quello fiscale, pur giusto invocarlo. Se così, allora la priorità è convincere l’America a lasciare l’euro svalutato per il tempo necessario a far sì che l’export induca effetti sistemici di ripresa. Ma Washington è riluttante: quando il dollaro sale la Fed comunica cose che il mercato percepisce come ribassiste, costringendo la Bce a comunicare altre cose sull’euro per mantenerne il cambio verso il basso. Lo si vede nelle cronache e non dettaglierò. Ma non c’è nelle cronache l’allarme per un rischio: la volontà di tenere il dollaro basso potrebbe compromettere lo stimolo della Bce e portare l’Eurozona in una situazione tragica e paradossale: stagflazione, cioè reflazione senza (almeno un po’ di) crescita. Ma anche per l’America c’è un rischio: la divergenza tra euro e dollaro potrebbe indurre eccessi di volatilità nelle Borse facendole cadere nonostante l’enorme liquidità disponibile. Questa volta non sarebbe facile rialzarle. La materia è molto tecnica, ma la soluzione al problema è semplificabile così: invece di guerreggiare, Bce e Fed dovrebbero accordarsi su un’oscillazione limitata tra euro e dollaro che soddisfi la competitività necessaria all’Eurozona senza danneggiare quella dell’America, stabilizzando l’intero sistema globale. Alla nostra Bce va chiesto di tentare questo compromesso con più decisione. E se il populismo monetario che ispira la conduzione della Fed da parte di Yellen, forse più per favorire la sinistra nelle elezioni presidenziali americane del 2016 che per motivi tecnici, non lo accettasse, allora bisognerebbe porre un problema di relazione politica tra America e Ue. Meglio evitarlo parlandosi prima.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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